sabato 27 agosto 2011

Lettera dal carcere: il libro è bello, si vede che è stato scritto con il cuore

Mario è detenuto in un carcere del nord. La sua storia carceraria è cominciata alcuni anni dopo  la sua partecipazione al Progetto Chance ma siamo rimasti costantemente in contatto. Era uscito ed aveva  preso a lavorare. Poi ci sono state 'rilevazioni' di pentiti che lo hanno indotto a ritenersi perduto e a riprendere la strada del crimine. Ora sta di nuovo in carcere e pare che le rivelazioni sul suo passato, anche di quando era minorenne, non finiscano mai. Stavolta sta studiando e forse riesce a prendere un diploma di scuola superiore (la scuola professionale che ha fatto con noi è servita a tenere  aperta la possibilità di proseguire gli studi). Riporto le ultime lettere che ci siamo scambiate perché parlano del libro di Carla Melazzini e della esperienza del Progetto Chance.


Ciao carissimo professore Cesare.

Come potete vedere  chi vi scrive è ancora Mario  che sta bene come il mio cuore lo desidera  per voi e tutta la vostra stimata famiglia.
Ho ricevuto la vostra commovente lettera con quel gioiello che ha scritto la professoressa Carla e sono molto felice per averli ricevuti.
Incomincio col dirvi che non sapevo che il Progetto Chance è finito e veramente sono tanto dispiaciuto, perché quella scuola era speciale, io ancora oggi ho dei ricordi meravigliosi di persone speciali come vostra moglie, la professoressa Amalia e tutti gli altri.
Mi sono letto il libro in due giorni  e non nascondo  che mi sono commosso  diverse volte quando leggevo  determinate cose avendole vissute in prima persona e sulla propria pelle.
Il libro è bello, si vede che è stato scritto con il cuore, dentro c’è  una forte critica per la scuola , per le istituzioni e certa classe politica  che anche io non sopporto.
Questo libro dovrebbero leggerlo tutti i professori e usarlo come manuale di istruzioni.
Però persone come voi, insegnanti come voi non si possono trovare, nascono  una volta al secolo  e io e tutti gli altri allievi siamo stati fortunati e privilegiati  ad avervi avuto come insegnanti  di scuola e di vita.
Da parte mia possono passare altri cento anni  mi ricorderò sempre di voi  e di tutto quello che mi avete dato .
Io non so ancora se ho saputo ricambiare,  però penso di no per il posto  dove mi trovo, però una parte del mio cuore  l’avete avuta  perché io vi voglio veramente bene  un mondo di bene come una persona di famiglia .

Leggendo il libro ho visto  che c’è u altro libro che ha descritto il primo anno di Chance. Vorrei leggerlo. Quello di Paola Tavella, “Gli ultimi della Classe” . Se vi è possibile spedirmelo mi farebbe veramente piacere leggerlo.
Professore, ma voi a cosa vi siete dedicato  visto che Chance è finito e non ho capito nemmeno io perché. Non si è potuto fare niente per portarlo avanti ?
Mi fa veramente piacere avere vostre notizie e vi saluto con un forte abbraccio con grandissimo affetto e grande stima
Mario.

Carissimo Mario,
nella precedente lettera ho detto che tu sei uno dei migliori allievi di Chance e dopo questa lettera potrei dire anche che sei il migliore. Tu stai ripagando me e i miei colleghi, ma anche tanti altri insegnanti che si dedicano veramente agli allievi, della loro fatica.
Molti pensano che lo scopo di questi progetti dovrebbe essere quello di ‘salvare’ qualcuno, invece  - di queste cose io parlavo spesso con Carla – lo scopo è lasciare nell’animo di tutti un buon seme: a volte ci vogliono molti anni prima che sbocci, ma alla fine il buon seme germoglia. Ci sono altri ragazzi che stanno in carcere e  tramite gli educatori mi hanno fatto sapere che vogliono comunicare con noi.  Io penso che questa sia la cosa veramente più importante, che  le persone che si trovano nella più brutta condizione – la galera è più brutta della morte – possano trovare nel loro animo un filo di luce,  una possibile speranza, ricordandosi di una buona esperienza e di persone che hanno saputo trovare la strada per toccare il loro cuore.  Quello che tu scrivi e come lo scrivi è la dimostrazione che siamo stati ripagati e particolarmente devo ringraziarti per me.

Come sai Carla è morta ed io mi sono dedicato subito a mettere assieme questo libro perché era un modo per farla vivere e farla rivivere nel cuore di migliaia di persone che l’hanno conosciuta e altre che la stanno conoscendo attraverso il libro.  In tutta Italia, ci sono  circa 60 posti che mi hanno chiesto di presentare il libro. Carla non solo rivive nei nostri cuori ma sta lavorando con noi  più di come se fosse viva, perché lei si stancava ad andare in giro e non le piaceva la pubblicità.
E rivive anche per me quando scopro dei pezzi di lei che vivono in altre persone.
E questo piccolo miracolo accade attraverso i libri. I libri scritti col cuore, sapessi quanti ce ne sono, sono quelli che ci aiutano a vivere e a superare i momenti difficili.
Carla questo lavoro lo faceva come nessun altro perché lei stessa era cresciuta attraverso questi libri e li sapeva raccontare ai ragazzi nel momento giusto e nel modo giusto.  Se hai voglia ti consiglierò qualcuno dei libri da cui lei aveva imparato. Con i libri si dà spazio alla parola e ai pensieri buoni, cioè pensieri organizzati. 
Ci sono momenti in cui l’animo è pieno di rabbia, risentimento e qualche volta odio e vorresti risolvere tutto insieme con un atto di forza, e sono quelli i momenti in cui stando male ti fai ancora più male per le tue reazioni.
Nel mondo ci sono troppe ingiustizie, nel nostro quartiere poi stanno nel latte che succhi da piccolo.
La prima frase che abbiamo sentito da te e che è riportata nel libro è ‘o’ mast’ se zuca o sang’ r’a gente “  (Il padrone succhia il sangue della gente) è la pura verità: era vero 15 anni fa ed vero, anche di più, oggi.  Ed è vero sia per i padroni della ‘fatica’ sia per i padroni ‘ e miez’a via’. (Sia per i padroni  del lavoro sia per i padroni del crimine). Riuscire a vivere senza covare rabbia e odio, senza pensare a vendicarsi è molto difficile e così piano piano la nostra mente e il nostro cuore sono occupate solo da cose brutte e non c’è più spazio per pensieri organizzati, per una luce di speranza.
Tua madre continua a chiedermi se è stata lei a sbagliare. Il fatto è che - come mi scrivesti nella prima lettera  cinque anni fa - è un intero quartiere che vive in un modo sbagliato,  molti giovani  non hanno proprio la possibilità di vedere e pensare cose diverse.
Io vedo che tu  - non voglio proprio parlare delle infamie che stai subendo che vanno molto oltre i tuoi errori – hai la possibilità di uscire con la tua mente da questi pensieri brutti. Anche se stai  passando gli anni migliori in galera, ne hai ancora molti davanti a te per fare una vita migliore.

Il progetto Chance non c’è, ma sono spariti dalla scena pubblica quasi tutti quelli che lo hanno affossato. 
Io invece non mollo. Mi sono procurato un piccolo finanziamento privato e l’anno scorso abbiamo contattato un centinaio di ragazzi di  tutte le scuole di San Giovanni, Ponticelli e Barra  che avevano bisogno di aiuto e qualcosa l’abbiamo cominciata a fare. Quest’anno  continuiamo a lavorare con le nove scuole medie  e poi in due classi di scuola superiore realizziamo attività come quelle di Chance   (abbiamo avuto un secondo finanziamento privato).
E’ un lavoro più difficile ma più importante. Quando c’era Chance noi stavamo separati dalle altre scuole che ci vedevano anche un po’ male (un po’ ci vedevano privilegiati, un po’ di invidia, un po’ di competizione). Invece ora ci sono ben 11 scuole che collaborano e lo fanno di loro iniziativa perché né il Ministero, né il comune, né la Regione gli dà niente.  Quindi io sono molto contento perché  è morta una scuola ma ora ne sono nate undici.  E andrò avanti su questa strada.

Purtroppo tutta la squadra di lavoro, (o di combattimento),  è stata distrutta; ma in un anno siamo riusciti - un gruppetto di persone -  a ricostruirla con molte persone del vecchio gruppo (ti ricordi le ‘mamme sociali’? Ci sono tutte )  e molti giovani,  tanto che l’età media è intorno ai 30 anni.  Anche questo è un motivo di soddisfazione perché significa che ‘il manuale di istruzioni’ - come tu lo chiami - funziona.  Inoltre attraverso il libro di Carla  stiamo aprendo una discussione su queste cose in tutto il paese e io non dispero di poter  fare qualcosa per  intervenire massicciamente su questo problema in tutta Italia. 
Purtroppo gran parte di questo lavoro me lo sono pagato da solo: l’anno scorso  per poter fare questo mi sono messo in aspettativa non pagata, significa che conservavo il posto ma non avevo lo stipendio. Poi fortunatamente mi sono rotto un piede in un incidente di motocicletta e così sei mesi ho preso la cassa mutua e sei mesi ho perso lo stipendio.
Quest’anno andrà di nuovo in questo modo, perché lo Stato italiano non ha la possibilità di pagare una persona che faccia il mio lavoro.
Ma io non aspetto loro.
Sto mettendo in piedi altre cose.
Per esempio c’è una organizzazione che ha fatto un concorso internazionale per aiutare l’Associazione Maestri di Strada a diventare economicamente forte. Ci sono state 23 organizzazioni che hanno presentato proposte  ed entro la fine di settembre una di queste sarà accettata e finanziata.
Come vedi non ci hanno fermato. Noi andiamo avanti anche perché abbiamo il sostegno di persone come te. 
Quindi ti saluto anche io con grande affetto e gratitudine per  quello che pensi e scrivi di noi perché spero che questi pensieri buoni possano aiutarti anche a migliorare a tua situazione.

Cesare

mercoledì 20 luglio 2011

Insegnare al Principe di Danimarca

mercoledì 13 luglio 2011

Rispondere dell’educazione a Lungro (CS) 15-16-17 luglio 2011


Visualizza Uscita Sibari-Lungro in una mappa di dimensioni maggiori


Resistere, testimoniare o innovare?
Copio questo titolo in parte da
“Ottavo convegno internazionale La qualità dell’integrazione scolastica Rimini 2011: resistere o innovare?”
indetto da Andrea Canevaro e Dario Ianes.
Dal tempo di Don Milani in poi si sono moltiplicati gli esempi e le testimonianze di un metodo educativo centrato sul dialogo di vita con gli allievi.
Ciò che al tempo di Don Milani  era opera di persone  dotate di profetica visione e religiosa perseveranza è diventato scienza, tecniche, metodo. Molti di noi hanno imparato come si costruisce una visione, un sogno, hanno rivisitato il mito di fondazione dell’educazione e ne hanno tratto una metodologia; molti di noi hanno imparato come si resiste e si cresce  nel logorio di schizofrenici comportamenti istituzionali e devastanti agiti adolescenziali.
I progressi della conoscenza pedagogica e psicologica a livello nazionale ed internazionale hanno fornito solide basi scientifiche e metodologiche alle intuizioni profetiche.  I fondamenti di una pratica pedagogica  responsabile  affondano le radici  nella pedagogia sperimentale cominciata forse due secoli fa con le osservazioni di Itard e Seguin giunte a noi attraverso la Montessori e Bruner,  e nelle conoscenze psicologiche sull’individuo, il gruppo e il sociale che si sono sviluppate a partire da Freud e suoi importanti successori.

Dunque senza dilungarci in una rassegna dei fondamenti della responsabilità pedagogica sappiamo che è possibile formare ed organizzare gli insegnanti e altri operatori della conoscenza per lavorare in modo efficace con i giovani, aiutandoli a realizzare se stessi.
Tuttavia il sistema scuola e i sistemi istituzionali che con esso interagiscono non vogliono capire, si attardano in metodi pedagogici non responsabili, in pratiche didattiche  trasmissive, passivizzanti, che collaborano alla stanchezza esistenziale, alla nausea per la parola, alla chiusura relazionale.
Le innovazioni didattiche e pedagogiche, quale più quale meno, se tutto va bene vengono incapsulate nel sistema scuola, confinate in ambiti particolari che non incidono sul corpo della scuola e talora sono addirittura dannose. Molti di noi hanno sperimentato come il migliore dei progetti sperimentali senza essere tradotto nel sistema diventa una specie di cisti, un corpo estraneo che prima o poi va rimosso.
Dunque io credo che la questione centrale è come sia possibile fare quello che decine di migliaia di docenti, che lo hanno sperimentato in prima persona, sanno che si può e si deve fare: ritrovare il senso dell’educazione, dell’alleanza primigenia ed elementare tra un giovane che vuole crescere ed un adulto capace di guidarlo sui sentieri della conoscenza del mondo e della conoscenza di sé.
Per fare questo occorre una moratoria mentale dai veleni in circolazione: non parlare della Gelmini, dell’Invalsi, delle riforme, dei tagli, dei precari, dei concorsi, delle classi di concorso, della valutazione, del programma…. Bisogna riconquistarsi una identità professionale che non sia reattiva, reazione alle idiozie del potere, ma autodeterminata, sovrana.
Bisogna anche uscire dalle nicchie in cui ci hanno confinato, vogliamo parlare di scuola ed educazione senza specificazioni, la scuola che deve essere per tutti e che ha un senso se è per tutti se promuove lo scambio e le relazioni di giovani tra loro diversi e che crescono arricchendosi della diversità.  Ogni scuola con interlocutori particolari, sia se si tratti di una élite privilegiata, sia che si tratti di una élite specializzata, sia che si tratti di un ghetto,  non è una vera scuola, è un luogo in cui si ‘inculca’ e non dove si educa. Il libero arbitrio dell’Uomo non è un concetto per le dispute tra filosofi ma una pratica sociale, un costrutto  organizzativo  che riguarda primo di ogni altro i giovani che stanno a scuola. Il cittadino sovrano nasce nella nursery in cui i vagiti sono accolti come segnale comunicativo degno del massimo rispetto e non come fastidio per gli addetti ai lavori.
E quindi dobbiamo pensare che ogni idea di sviluppo su linee che non siano quelle della moltiplicazione delle merci e dei servizi mercificati deve ripartire dall’educazione, dalla socialità, dai legami umani che vengono prima dei legami produttivi e delle stratificazioni sociali.  Il senso della scuola per tutti è appunto quello di promuovere legami estesi e diversificati, di promuovere una felice interdipendenza gli uni dagli altri che consente di costruire la vita sociale a partire dalle relazioni e non dal possesso di beni.  Non stiamo parlando di comunismo o socialismo, ma di un capitalismo che investa in modo profittevole nelle relazioni piuttosto che nelle merci, di una economia civile che contribuisca a contenere l’invadenza dell’economia delle merci e dei grandi capitali.
Stiamo dicendo che si tratta di un obiettivo educativo per tutti da non riservare agli adepti della decrescita, dello sviluppo eco sostenibile e quant’altro i movimenti civili hanno meritoriamente prodotto e producono ancora.  Noi educatori non possiamo mai parteggiare, neppure per il partito dello sviluppo sostenibile, il nostro compito è di assumere il  valore educativo delle idee innovative e farne un motore dello sviluppo personale e di una presa di coscienza diffusa, di uno sviluppo umano del territorio.  

Chi fa lavoro educativo nel meridione ha imparato o dovrebbe imparare che l’educazione non può essere per una finalità pratica: il lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi non c’è e se c’è è maledetto e tardivo. La nostra scuola nel migliore dei casi prepara al lavoro dipendente, al lavoro burocratico senza iniziativa e senz’anima, non prepara né all’impresa né a saper mantenere un contegno nelle difficoltà.
L’educazione nel meridione potrebbe essere disinteressata non perché aliena da interessi pratici  ma perché manca l’oggetto dell’interesse: in realtà forse possiamo mettere al centro l’interesse per sé, per sviluppare quelle capacità di resistenza e di iniziativa che sono indispensabili a sopravvivere in una economia stagnante e contro i giovani.
Viceversa un’educazione che in modo esplicito o implicito coltivi il mito del posto, del lavoro esecutivo crea solo masse di spostati o di quei ‘facinorosi delle classi medie’ che impestano ogni buona iniziativa politica si voglia prendere in queste disgraziate terre. Bisogna che il captale sociale giovanile ed il capitale di conoscenza che nonostante tutto essi hanno accumulato sia rivendicato non per costruire opposizione o consenso, ma per produrre proposte, iniziative, imprese socialmente significative.
Qual è il mito fondante dell’educazione oggi? Promuovere l’eguaglianza dei punti di partenza per una competizione in cui la posta in gioco è talmente sproporzionata che essa si configura piuttosto  come un gioco d’azzardo, oppure promuovere le capacità di iniziativa per fronteggiare situazioni difficili?  E la formazione professionale serve ad imparare un mestiere o piuttosto ad acquisire quelle abilità trasversali che sono necessarie ad adottare  una indispensabile flessibilità nella gestione delle risorse proprie?  Fare le cose bene serve solo quando c’è da rispondere ad un datore di lavoro o anche  per se stessi? Diventare cittadini responsabili ed attivi è un obiettivo dell’educazione o è un effetto collaterale – ed indesiderato - dello sviluppo economico mercificato?
Come viene ri-disegnata la mappa dei ‘bisogni’ e dello sviluppo in questa ipotesi, come vengono riorganizzati i marcatori della crescita?
Il passaggio all’età adulta  u tempo avveniva in questo ordine: lavoro, posizione sociale, vita di relazione – farsi una famiglia - o vale l’ordine inverso? E’ assurdo pensare che si possa trarre un po’ di felicità o scampoli di reddito dai buoni legami sociali ed essere socialmente attivi prima di avere un ‘posto fisso’ o addirittura senza averlo mai? Dobbiamo attenerci al rozzo materialismo  - plebeo e borghese – che antepone il possesso di beni  al possesso di Sé, o dobbiamo considerare  che le relazioni ed i legami abbiano una forza materiale e con essi la cultura che serve a svilupparli e rinsaldarli?
Se vogliamo riparlare di educazione dobbiamo ripartire da qui, dalla riconsiderazione dei pregiudizi sociologici che ci portano a considerare i giovani come la risultante di tutta la storia precedente e di tutte le condizioni sociali e non anche il frutto della libera autodeterminazione sostenuta dal lavoro educativo.
L’impotenza del singolo insegnante di fronte alla prepotenza del potere, di fronte  ai sindacalismi imbelli ed accattoni deriva soprattutto dalla sua subalternità ad un modello culturale che interpreta la realtà sociale e culturale come mera risultante di rapporti di forza materiai ridotti al possesso di beni e merci.  Il primo a non credere nella cultura, nell’educazione, nella scuola è proprio l’insegnante.

Naturalmente non credo che potremo discutere  di temi così impegnativi ma dobbiamo almeno essere consapevoli del loro rilievo e avviare un primo confronto.

La mia proposta è che dedichiamo il pomeriggio di venerdì a presentare il nostro lavoro senza intrattenersi sui dettagli, ma piuttosto svolgendo osservazioni e considerazioni riguardo a questi temi così come emergono dalle pratiche.

I risultati di questa  prima ricognizione saranno riassunti l giorno dopo con una slide show  che centra i punti di possibile approfondimento.
Il pomeriggio del secondo giorno può essere dedicato a rimettere insieme  i punti di accordo per stendere una sorta di carta per l’innovazione educativa e per il ruolo civile della scuola

venerdì 3 giugno 2011

Uno speciale mandato per l'assessore all'istruzione


Ho scritto il testo "maestri a Piedi scalzi" per dire di alcune questioni  riguardanti la scuola. E un testo troppo lungo, ho riscritto gli stessi concetti molto più in breve.

Caro Sindaco,
hai cominciato una campagna di ascolto dei partiti che hanno contribuito alla tua elezione. Fai bene, ma anche io ho contribuito e non sono iscritto a nessun partito. Se hai avuto il 65 per cento dei voti, lo sai bene, è perché ci sono stati tanti come me e penso che oggi il tuo primo dovere è di chiederti in ogni momento cosa vogliono queste persone. Tu hai acceso delle speranze, dei sogni ed è molto difficile essere all’altezza dei sogni. Un sogno che hanno molti giovani è quello di poterci essere, di poter costruire qualcosa, di essere utili alla loro città. Noi Maestri di Strada lavoriamo da anni a dire ai nostri giovani perduti nelle periferie, avviliti da una vita sociale in cui nessuno sguardo amico si posa su loro: siete importanti, la città si aspetta molto da voi, e sempre vediamo che i giovani ci ricambiano, che si fidano di noi in una misura per noi pesante perché non sappiamo se siamo all’altezza dei loro sogni. Io sono vecchio e ho imparato a gestire i miei sogni, a vedere in piccole realizzazioni, e a desumere da pochi indizi che forse il mio sogno si realizza, e poi ho imparato che alla notti da incubo seguono prima o poi quelle dei bei sogni. I giovani hanno meno esperienza e hanno bisogno di segnali più forti ed esperienze più significative.
Ogni anno, quando ancora potevamo occuparci di questi giovani, c’era la firma solenne del patto formativo e sempre abbiamo chiamato un rappresentante della città, per dire ai giovani che, studiando, non si preparano a diventare cittadini ma che lo sono già oggi e che i rappresentanti della città li pongono, proprio loro che avevano abbandonato la scuola, al primo posto perché riprendere in casa i figli che l’hanno abbandonata arricchisce tutta la casa.
Un anno siamo riusciti a firmare quel patto con il sindaco Iervolino in persona e quell’anno sembrò che i ragazzi e le famiglie si fossero impegnati di più. Io non voglio e non devo infierire, ma quel patto è stato violato ripetutamente dalle istituzioni e chi scrive sta resistendo nel tenere accesa la fiaccola di quel patto a proprie spese e trovando finanziamenti privati, perché i giovani delle nostre periferie non meritano di essere ‘scaricati’, resi un peso per la società, uno scarto, prima ancora di avere avuto la possibilità di cimentarsi nel proprio ruolo sociale.
Dunque io ti chiedo che nella scelta dell’assessore alla pubblica istruzione, chiunque esso sia, sia investito di uno speciale mandato da parte del sindaco in persona ad occuparsi dei giovani a cui la scuola non piace, che con la scuola hanno divorziato o vogliono divorziare.
Ci sono mille errori nostri che hanno portato e portano a questo divorzio, e un assessore dovrà occuparsi anche di quelli, senza illudersi che ci siano le risorse e le possibilità di dipanare in breve matasse troppo ingarbugliate, o risolvere subito problemi marci, o eliminare egoismi ed incompetenze, ma c’è un errore a cui riparare subito ed è quello di non guardare i nostri giovani, di avere parole e sguardi che li attraversano senza vederli. Non è vero che le parole non servono, le buone parole pronunciate in luoghi ed occasioni solenni hanno effetti materiali mobilitando le risorse delle persone, aiutandole a credere in se stesse. Dunque io ti chiedo di essere innanzi tutto il sindaco di chi non ha partiti e di chi per età non ha votato. E’ un privilegio che devi concedere, ed insieme devi dare un segnale che chi dovrà occuparsi di scuola e di istruzione deve impegnarsi soprattutto su questo fronte per fare in modo che l’amministrazione di una grande città, nella capitale italiana dei giovani per numerosità, non si limiti a fornire strutture e servizi ma prenda l’iniziativa educativa perché i suoi giovani membri diventino cittadini attivi e principale risorsa per il miglioramento della vita civile della città.
Qualcuno ha fatto il mio nome per questo ruolo. Io non mi sottraggo ma certamente esistono persone molto più giovani che potrebbero assumere degnamente quel ruolo e se è necessario farei volentieri da spalla a chiunque sia.
Confido che queste mie raccomandazioni siano superflue, che tu abbia già provveduto in tal senso.

giovedì 2 giugno 2011

Maestri a piedi scalzi


I piedi scalzi sono stati assunti da qualcuno a simbolo delle professioni che si inoltrano a trovare i propri interlocutori li dove non ci sono strade e dove occorre avanzare anche quando non si hanno le scarpe.  Il problema della scuola  oggi a Napoli può essere affrontato solo se ci si inoltra nelle strade senza nome delle nostre periferie e solo se si è disponibili ad avanzare senza scarpe e attrezzandosi a confezionarsi strada facendo scarpe di scorza d’albero.  Questo l’unico programma possibile per un assessore alla pubblica istruzione.Io non ho tempo di fare riunioni, organizzare cordate e quant’altro, posso solo pensare e scrivere di notte quando ho finito di percorrere le mie strade di periferia e di confezionarmi le mie scarpe,  quindi entro nel dibattito stando a letto e contemplando il mio piede gonfio per le conseguenze di una frattura procuratami sul campo, la mia ferita di milite ignoto di una guerra dimenticata.  Se qualcuno ha la possibilità di collaborare lo faccia.

Caro Sindaco,
hai cominciato una campagna di ascolto dei partiti che hanno contribuito alla tua elezione, ascolti i consiglieri di cui una buona fetta è stata eletta grazie all’effetto di trascinamento della tua candidatura. E fai molto bene a sentirli e – secondo il mio parere – faresti bene a rendere pubbliche le loro proposte.  Hai anche detto che però alla fine sceglierai tu. E anche questo è giusto.
Da quel poco che vedo, i partiti che ti hanno sostenuto si stanno guardando all’interno o addirittura guardano all’interno dei loro eletti.
Non mi pare un buon inizio.
Io credo che già oggi si dovrebbe aprire una consultazione ampia – fermo restando che l’ultima parola dovrebbe essere del sindaco e solo sua che così si assume la piena responsabilità delle cose che fa – per sapere senza filtri se esistono proposte credibili delle cose da fare.

Oltre alle sezioni di partito esistono fortunatamente i social network, ed autorevoli giornali cittadini e nazionali che potrebbero aprire una consultazione - senza impegno - sulle proposte credibili.

Quindi per quello che mi riguarda  apro una mia consultazione.

Ci sono varie persone che hanno fatto il mio nome come assessore  alla pubblica istruzione. 
Non ho bisogno di dire che non mi sottraggo perché non mi sono sottratto né a collaborare con il ministro della pubblica istruzione nel 1994, a coordinare gli interventi sula dispersione scolastica dal 1994 al 1996, a collaborare per mettere su il sistema comunale di monitoraggio della dispersione scolastica comunale,  a collaborare –senza riconoscimenti – a costruire quello strano oggetto pedagogico che erano i progetti pilota per  la realizzazione dell’obbligo formativo ed infine a coordinare il Progetto Chance.
Per chi non lo sa, quel progetto, non era un progetto ma una scuola intera progettata e gestita ex novo per recuperare con successo ragazzi impossibili per la scuola  come è strutturata oggi.  Attività nelle quali non solo ho dovuto mettere in campo capacità pedagogiche riconosciute in ambito scientifico nazionale e internazionale, ma capacità amministrative e manageriali  che poche volte si riuniscono nella stessa persona.

Di tutto questo sono stato ripagato con qualche riconoscimento  simbolico (titolo di cavaliere, medaglie varie del MIUR, Forum  dell’educazione agli adulti etc..) e con un ostracismo senza precedenti da quegli stessi che - evidentemente ob torto collo - hanno finanziato per 12 anni il progetto Chance. Evidentemente – come sempre accade in questi casi – le burocrazie amministrative  e le burocrazie di partito che arbitrariamente e illegalmente  assumono il potere di comando su queste, hanno sistematicamente ostracizzato chi per motivi professionali doveva necessariamente essere da loro indipendente e all’occasione anche opporsi ad operazioni culturalmente e scientificamente insussistenti ma clientelarmente dense.
La storia  si è conclusa ingloriosamente con un vero e proprio colpo di mano per distruggere gli ultimi residui di un progetto dissanguato per l’azione congiunta dell’assessore comunale ai servizi sociali e di quello regionale alla formazione.
A questo ho risposto semplicemente fondando sulle mie forze, trovandomi un finanziamento da una  fondazione di Verona e da altri privati, e soprattutto pagandomi  con i miei soldi l’attività di ricerca di fondi e di progettazione sociale: mi sono posto in aspettativa non pagata per poter fare questo Poi fortunatamente mi sono rotto un piede e per cinque mesi sono stato in infortunio e ho continuato a lavorare grazie a una rete di volontari che mi trasportava in giro col piede ingessato prima e malandato poi, e grazie alla mia determinazione a non farmi fermare  da un piede rotto.  Da stamattina riprendo a pagarmi con i miei soldi la partecipazione ad una operazione pedagogica e sociale che dovrebbe essere propria di una istituzione.

Dunque  non ci sono dubbi che chi scrive abbia le qualità pedagogiche, morali e tecniche per svolgere l’incarico di assessore all’istruzione. Ma convengo che non è sufficiente, conosco io stesso almeno altre 20 persone che hanno le stesse qualità più qualche altra e che potrebbero degnamente ricoprire lo stesso incarico. Penso che il responsabile di una grande organizzazione  debba anche scegliere delle persone che siano affidabili e solidali. Io credo di aver abbondantemente dimostrato di essere affidabile  e solidale alle istituzioni, e ai rappresentanti istituzionali chiunque essi fossero,  compresi quelli indegni. Certo l’assessore alla formazione non ha gradito che mi incatenassi sotto le sue finestre per richiedere il rispetto della legge e dei patti; certo che l’assessore comunale ai servizi sociali non ha gradito che organizzassi la consegna degli attestati  di licenza media ai nostri allievi a Piazza Dante il 2 luglio del 2008: Costoro hanno ritenuto che tutto questo fosse un atto di insubordinazione. Gli elettori hanno ritenuto di doverli mandare a casa. Io ritengo di aver compiuto elementari atti di civismo e di responsabilità e di qui la fama di avere un brutto carattere ed essere inaffidabile.  Ma esistono persone affidabili più giovani  e più conosciute dal sindaco in persona, che possono essere più opportunamente candidate.

Io non credo molto nel toto assessori perché non credo che un assessore da solo possa veramente cambiare gli indirizzi di alcuni settori della amministrazione comunale. Gli assessori che ho visto susseguirsi in 30 anni - in cui ho seguito da vicino le attività durante i quali  sono stato coinvolto in commissioni e gruppi e sono stato costretto a fare tante anticamere - si sono limitati a istallarsi in alcune stanze di Palazzo San Giacomo e a costituire improbabili gruppi di lavoro con propri consulenti che avevano  scarsa presa sull’organizzazione ordinaria e nessuna capacità di innovazione nelle prassi istituzionali e nella architettura dagli assessorati.
La prova delle prove è proprio il progetto Chance: l’amministrazione non è stata capace in dodici anni neppure di costituire un contenitore istituzionale in grado di dare continuità a questo lavoro al di la dei finanziamenti; in dodici anni non sono stati in grado di creare un collegamento permanente tra assessorato alla pubblica istruzione e quello ai servizi sociali che ci finanziava.

Il simbolo di questo sono stati e sono i miei sandali: tredici anni fa quando il progetto ha avuto inizio avevamo i finanziamenti per lo straordinario ma non – è un classico - per l’ordinario: i locali, i bidelli, i banchi e tutto quanto è (alcune cose erano) nelle competenze dell’assessorato all’istruzione. Minacciai di non dare inizio alle attività se non era tutto a posto e fui subito bollato come il solito rompiscatole, risposi a mio modo: mi metto i sandali in inverno come segno di lutto e sofferenza  per l’assenza dell’essenziale e li leverò quando voi avrete provveduto all’ordinario. Da allora i  miei sandali sono stati visti da cinque milioni di spettatori del Maurizio Costanzo show, da milioni di spettatori di diversi programmi RAI, della televisione della CEI, sono sull’enciclopedia italiana on line, ma il progetto ha continuato a peregrinare come la Madonna a Nazareth per trovare casa, ha continuato a non avere i banchi fino a quando finalmente è stato chiuso.

Un assessore in questo settore dovrebbe essere forte di un programma che prevede come  -senza essere raccomandati, senza fare le barricate, senza incatenarsi o offrire i piedi ai geloni - si possa far fronte all’ordinario. E dovrebbe essere forte di un mandato che fa di questo assessorato una assessorato politico strategico: ripetiamo da anni che la città viene rifondata ogni giorno nelle sue scuole, che in questi luoghi  si stabilisce il patto sociale, il patto di legalità e di civismo che viene a monte di ogni campagna contro l’illegalità. 
Dunque l’assessore alla pubblica istruzione deve aver per prima cosa  un ruolo di promozione di una cultura della cittadinanza e della partecipazione nelle scuole e attraverso le scuole; e promuovere la cittadinanza dei giovani  non può essere ridotto a progettini che affiancano l’opera della scuola senza innovare nel sistema stesso, depauperando la scuola di risorse e deviando verso lo spettacolare e l’effimero le poche disponibili.

Gli interventi edilizi, strutturali, logistici devono essere funzionali a questo progetto politico e non seguire semplicemente finalità amministrative cieche ed autoreferenziali che portano a costruire le scuole dove non servono più e a condannare al degrado edifici costati milioni perché non rientrano nelle programmazioni tecniche; abbandonare le attrezzature al furto sistematico perché non si sa chi si deve occupare della sicurezza delle stesse in modo sistematico ed efficace.
Siamo senza soldi ma continua lo spreco, la politica dell’usa e getta di ciò che viene costruito con i danari del contribuente. Da trenta anni mi sento ripetere che il problema della custodia delle scuole è un problema complesso e non ho mai trovato nessuno che abbia costituito un gruppo di lavoro intitolato “Gruppo di lavoro per la soluzione del problema - molto complesso e superiore all’umano sapere - che è dotare le scuole napoletane di una custodia degna di questo nome”

Ci sono cento buone idee per risolvere questo problema con pochi soldi, forse guadagnandoci, ma le preclusioni ideologiche di chi aveva gli assessorati,  l’autoreferenzialità della burocrazia, la presunzione di improbabili consulenti hanno impedito di adottarle.

E potrei continuare a lungo.

Abbiamo un Comune di fatto in stato di dissesto, abbiamo un apparato amministrativo a stento capace di auto alimentari; chiunque faccia l’assessore deve affrontare questo problema: come mobilitare le energie esistenti, come dare forza a quelli che dentro la scuola – non a fianco, non ai margini, non tra i lustrini – e al centro della scuola la fanno funzionare e hanno trovato soluzioni creative all’assenza di una politica scolastica del comune e della Direzione regionale dell’Istruzione.

Dunque io dico che da subito occorre costituire  un “comitato civico per la scuola e l’educazione” che si incarichi di avere una presenza sistematica su questi temi indicando le soluzioni praticate e praticabili per affrontare una serie infinita di problemi.
Io non credo allo sport di dare delle buone idee all’assessore o trovare un assessore con un buon curricolo, credo molto di più al fatto che ci siano molti  gruppi che mettano in mostra ciò che hanno saputo fare o potrebbero fare e quindi ad un assessore che crei un canale comunicativo per recepire con continuità la spinta di partecipazione che in questa città esiste. Non esiste la soluzione ai problemi, ma esistono miriadi di piccole soluzioni da portare  a sistema, ossia da inserire in un sogno collettivo.

Io mi candido a lavorare su questa  cosa, a esperire via web una impietosa valutazione delle proposte, soprattutto discriminando tra cose interessanti e significative che soddisfano l’orgoglio e la professionalità di chi  le fa e le proposte che indipendentemente dall’appariscenza e dalla originalità  affrontino i problemi alla radice.

A suo tempo insieme ad altri avevamo aperto - nell'ufficio studi e programmazione del Provveditorato agli studi di Napoli - uno sportello di consulenza per aiutare gli operatori della scuola a migliorare i loro progetti; dicevamo che non aveva senso  la politica  della competizione all’interno della pubblica amministrazione, che il dovere della amministrazione non era organizzare corse ad ostacoli, ma aiutare le scuole più deboli, meno capaci di progettare non per propria responsabilità,  a progettare in modo efficace. Ebbe tanto successo che il provveditore dell’epoca, su pressione di presidi e burocrati affiliati ai partiti e ai sindacati, lo fecero chiudere dopo pochi mesi perché nientemeno quelli che non erano tra i preferiti degli apparati stavano alzando la testa. Sono passati invano altri venti anni e siamo ancora fermi a quel punto.

Dunque io apro questa pagina per chiedere a quanti hanno conosciuto  per esperienza diretta il lavoro di chi scrive e della associazione che presiede  di far pervenire loro brevi testimonianze  sulla efficacia o meno dei metodi di lavoro adottati, di dichiarare la loro adesione alla ricerca di esperienze e soluzioni per promuovere il ruolo civico della scuola.

Potete inviare messaggi di questo tipo.

Poi appena qualcuno mi aiuta faccio una cosa tecnicamente più gestibile.

Aderisco all’idea di un comitato per la promozione del ruolo civico della scuola e dell’educazione, parteciperò come potrò, anche da fuori Napoli, anche solo approvando o disapprovando le proposte altrui

Penso che Cesare Moreno potrebbe dare un contributo a  definire una buona politica scolastica del comune di Napoli, anche facendo l’assessore

Penso che Cesare Moreno potrebbe dare un buon contributo a  definire una buona politica scolastica del comune di Napoli, e che un buon assessore potrebbe essere:…………

Penso che Cesare Moreno sta bene dove sta e che l’amministrazione la debbano fare quelli che il sindaco, e i partiti che lo hanno eletto,  reputano adatti all’incarico.

martedì 12 aprile 2011

Calvinisti napoletani


Simona Molisso giovane e intraprendente avvocato, cittadina della periferia orientale di Napoli - mi viene da dire del fronte orientale - che ai periferici e agli esclusi, abitandoci in mezzo, dedica le sue capacità professionali, ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni comunali questa è una lettera di solidarietà a lei indirizzata.



Aprile 1991: Angelo di anni 10 aveva ascoltato rapito la storia di Giuseppe che avevo raccontato in più puntate ma non riusciva a darsi conto di un dettaglio che nonostante i suoi dieci anni  lo colpiva particolarmente: perché Giuseppe non accettò la corte della moglie di Putifarre. Alle mie contorte spiegazioni rispose: Agge’ capit’, Giuseppe rispettava a’ legge quando a’ legge nun ce’ sta.
Angelo mi aveva chiesto più volte come si fa a sfuggire al crimine quando ci sei nato dentro e lui era in una famiglia di limpida fede cutoliana. Limpida fede perché sua madre era convinta di essere seguace di poco meno di un santo.  Angelo oggi marcisce in una galera perché non ha rispettato la legge quando questa c’è,  ma avrebbe potuto diventare un perfetto cittadino attivo se solo tutti i bravi cittadini che ha incontrato sulla sua strada non avessero peccato di omissioni, distrazioni, sciatterie, trascuratezze; se solo non ci fossero troppe persone in questa città che condannano la merda che dall’alto e dal basso si sparge  nelle strade e nelle coscienze e poi ci si rigirano dentro cercando di trarne un qualsiasi piccolo vantaggio.
Angelo è il primo che mi ha fatto riflettere sul fatto che esiste la possibilità di seguire la legge del rispetto umano, anche quando la legge vigente nella vita sociale e in troppi uffici è quella della prepotenza, dell’arbitrio, del favore. Angelo si sentiva predestinato al male e così era: non per volontà divina ma per una ferrea volontà sociale incorporata in un organismo sociale ammalato. Solo se avesse scoperto un altro destino,  una predestinazione con la forza del divino avrebbe potuto tirarsi fuori.
Per  sviluppare il mio ragionamento prendo a caso una frase sul calvinismo dal web:


In fondo la predestinazione è un concetto religioso che riflette una situazione sociale basata sull'antagonismo di classe e sull'individualismo."Fare il bene", nell'ottica calvinista, altro non può significare che "fare bene il proprio dovere", deciso a priori da Dio, e in particolare il proprio "dovere professionale".


Il calvinsta napoletano rappresenta l’evoluzione laica della predestinazione divina  al bene, e consiste nel fare bene il proprio dovere e il proprio dovere professionale come se ce lo avesse detto Dio perché solo in questo modo puoi resistere alla pressione ambientale, perché solo così sei convinto che qualsiasi cosa accada starai bene con te stesso, perché c’è una legge che tu conosci prima che si sia manifestata e prima che sia stata scritta.
Ci sono stati altri che hanno detto la stessa cosa in altri contesti, che hanno detto che i legami umani vengono prima dei legami politici, che la legge interiore è più forte e dà forza alle leggi scritte anche quando queste vengono usate contro di te. Gli antichi non hanno potuto fare a meno di impersonare la forza dei legami in una donna – Antigone – che dà voce in una rappresentazione scenica tragica alla realtà femminile che non aveva rappresentanza nel reale, e uno di loro non ha potuto fare a meno di agire  nel reale – con la sua ingiusta morte  - la rappresentazione del conflitto morale: si chiamava Socrate. Ricordarmi questi due nomi rappresenta per me un modo di rientrare in me quando sento puzzo di cedimento.
L’etica calvinista è perfettamente rappresentata  dal concetto filosofico napoletano “ciuccio e’ fatica” : lavora indefessamente, mangia poco, è determinato, perseverante, detto anche  ‘capa tosta’. La virtù della perseveranza è contenuta anche nel concetto filosofico di ‘cane e’ presa’  che credo si riferisca alla caccia, ma io lo riferisco alla presa sui polpacci nel senso del cane da guardia che una volta li abbia addentati non li molla.
La figura dell’asino refrattario agli ordini degli umani, poco permeabile ai ragionamenti sofisticati  si addice  come riferimento a fronte di una cultura in cui la creatività linguistica o forse la corruzione – prostituzione - della parola,  diventa la nebbia che nasconde anche a se stessi il degrado dei comportamenti. Ritornare sempre alle cose elementari, all’essenza delle questioni umane è l’unica salvezza rispetto alle seduzioni della corruzione ammantate di buone parole.
Di queste cose ragiono spesso scherzosamente con gli amici e qualche volta anche con Simona e soprattutto ho visto Simona all’opera: la negazione dell’azzecca garbugli, una che scova il cavillo per aiutare la donna maltrattata,  l’immigrato ‘senza legge’, il maestro di strada maltrattato dagli scherani di partito. Dunque una persona in cui aver fiducia perché ha fiducia in se stessa.
Fa bene Simona a dire che bisogna essere espressi da un gruppo, ma fa ancora meglio a dichiararsi calvinista napoletana e a mettere in chiaro che si sta bene in un gruppo se ci sono scambi circolari e se viene accettato il conflitto, se c’è l’alleanza delle nostre parti migliori e se il mandato è chiaro. Quante volte come avvocato si è trovata di fronte a mandati ambigui, contraddittori, paradossali? Anche di questo abbiamo parlato: professionalità è anche riuscire a dipanare mandati difficili, a non inchinarsi al cliente. Serve un contratto chiaro e una chiara identificazione delle parti e dei ruoli che ciascuno recita.
 Le formazioni politiche che dominano le periferie e la nostra in particolare  non  sono corrotte perché sono distanti dal popolo ma perché sono rappresentanti della sua corruzione da loro stessi alimentata: sono legate da contratti scellerati, alleanza con la parte peggiore che esiste anche nelle persone migliori, alleati con la paura del potere che alligna anche tra ‘chi ha studiato’ , con il bisogno di protezione che hanno anche i  forti, con la tentazione del favoritismo che hanno anche gli onesti.  No, tutto possiamo dire tranne che non siano legati al popolo, anzi direi che hanno addirittura legato il popolo e lo portano al guinzaglio. E spesso non si accorgono che quando hai troppi guinzagli in mano sono loro a trascinare te e non tu a guidare loro. La fine di tutti gli arrivisti e di tutti i capipopolo con la vocazione del caporale è di essere travolti dalle stesse cattive qualità che hanno eccitato nei propri sudditi: monnezza eri e monnezza tornerai. (quia pulvis eris et in pulverem reverteris ) e  i sudditi ti abbandoneremo sui marciapiedi a fetere (puzzare).


L’uomo è un’animale politico, ossia un animale che si nutre di relazioni. Il politico di professione o il politico ‘incaricato’ dovrebbe rappresentare il punto di accumulazione di una competenza politica distribuita,  che altro non è che presenza di persone vere, individui, esemplari della specie politica ricchi di relazioni, di capacità di creare nuove relazioni e nuove alleanze  nella vita civile che è la vita  della città, cioè la politica.
La politica delle città, l’urbanistica delle città e il governo di essa ha spossessato le persone di capacità politiche, ha atomizzato le persone, le ha rinchiuse nella paure alimentate da fantasmi e presenze reali e le ha consegnate a un individualismo impotente e rabbioso che è da sempre la fonte primaria del fascismo antropologico, della personalità autoritaria.  E quegli stessi politici – meglio dire uomini di potere - che spossessano l’uomo della capacità politica si presentano all’uomo impotente dicendogli: solo nella massa puoi avere potere. Il collettivismo e l’egualitarismo sono l’oppio che dovrebbe far dimenticare il dolore dell’isolamento, le sofferenze dell’individualismo.
L’atrofizzazione della capacità politica umana che porta alla competizione individualistica di tutti contro tutti è il vero pericolo per chi si metta in politica, perché molti seguaci  e sostenitori in realtà sono portatori sani del virus dell’antipolitica, e faranno di tutto per piegare la sua capacità politica a strumento della competizione individuale: cambiare posizione nella scala sociale piuttosto che cambiare i rapporti sociali.
Credo che Simona e molti di noi che cercano di restare calvinisti napoletani abbiamo già fatto esperienza di quanto i gruppi non desiderano avere un leader ‘franco agli altri come a sé’, desiderano piuttosto un capo-ostaggio,  un re senza corona che li assecondi e li guidi  nello sgomitare,  farsi avanti, scalare posizioni sociali. 


Io non ho accettato la candidatura per una decisione  presa molto tempo fa che riguarda il rapporto tra società civile e politica: sono d’accordo che la buona politica debba provenire da chi costruisce attraverso le professioni, il lavoro, la cittadinanza attiva,  legami sociali, ma ciò non può avvenire con la logica del saccheggio, del prelievo indiscriminato da giacimenti naturali di buona socialità, occorre un rapporto di scambio chiaro tra formazioni sociali e formazioni politiche che oggi non vedo neppure nelle formazioni politiche che si dichiarano alternative al sistema consociativo che vige ancora nella nostra città. Le formazioni politiche dominanti e quelle alternative che spuntano ad ogni elezione hanno saccheggiato ogni volta di persone pur valide la società civile e puntualmente  l’alternativa si è tradotta in una carriera – anche onorevole e rispettabile – e in una trasmigrazione più o meno esplicita nei ranghi dominanti. Non sono disponibile a sguarnire la mia solida posizione di potere in mezzo a una strada per entrare nella costellazione del potere privato delle mie radici. Non ho paura del potere nè di esercitarlo; ho collaborato con il ministro del secondo ministero italiano per bilancio e dipendenti e l’ho fatto a condizione di poter  restare legato alle mie radici al lavoro nel quale si riteneva avessi maturato le competenze per essere chiamato a collaborare. Ed ho fatto bene perché ho potuto riprendere il mio posto in trincea quando lor signori  si sono disgustati di me, e sono presente sulla scena politica vera quando di quelli che mi hanno cacciato non si ricorda neppure il nome. La stessa cosa è capitata  pochi mesi orsono. Questo ho detto anche a De Magistris  e al tempo stesso dico che sono disponibile a mettere in campo le risorse  necessarie che sono soprattutto  le risorse di pensiero e lavoro che derivano dal continuare una pratica sociale decisiva per il futuro della nostra città e la capacità di oppormi alle derive lassiste che possono svilupparsi – per stanchezza, per la sproporzione delle forze, per i tradimenti, per debolezza, per vanità – anche  in chi vuole cambiare rispetto ad un avversario politico solidamente ancorato in meccanismi di sudditanza consolidati nei secoli.


Quindi a Simona dico che appoggio incondizionatamente la sua candidatura proprio perché io l’ho rifiutata come rifiuto di fare il galoppino elettorale di chiunque, anche di Simona, ed invece sono lieto di promuovere e sostenere la rete dei cittadini attivi e il partito trasversale dei calvinisti napoletani che deve sostenere qualsiasi eletto.
Sia ben chiaro, i voti vanno raccolti e con determinazione, e contandoli  uno ad uno e valorizzandoli uno ad uno, ma bisogna rifiutare la logica della semplice conta, di “una testa un voto”. Qui dobbiamo avere testa e cuore per cento, la conta dei voti determina il risultato elettorale, ma è la qualità dei legami che determina le qualità dell’eletto. Non possiamo affrontare l’elezione con la logica emergenziale, con la logica dell’ultima spiaggia, con l’eccitazione nervosa degli esclusi che intravedono di poter finalmente entrare nelle stanze proibite. Tutto questo l’ho già visto, anche nelle stanze di Decidiamo Insieme, e poi nè si prendono abbastanza voti, né restano abbastanza legami. 


Che il domani sia propizio a tutti noi 


Cesare Moreno

domenica 20 marzo 2011

Scordovillo: lezioni di civiltà, emergenza umanitaria ... sgombero. Qualcosa non torna

Nella nostra società ci sono autorità istituzionali, elettive e morali: tutte dovrebbero aiutare il cittadino ad essere tale cioè a partecipare alla costruzione e al godimento del bene comune. Molte autorità elettive sono schiave degli stereotipi, delle emozioni, delle paure, da esse stesse scatenate ed utilizzate a fini di potere; molte autorità istituzionali rispondono più alle direttive della autorità elettive e ai malumori dell’opinione pubblica aizzata dai detentori del potere che non ai doveri istituzionali. Se qualcuno è o si ritiene vittima di ingiustizia difficilmente può sperare di appellarsi a questi tipi di autorità. Esistono poi delle autorità morali, che castigano i cattivi costumi, promuovono la convivenza, difendono gli indifesi e gli indifendibili. Purtroppo non hanno una organizzazione sindacale che li difenda dal superlavoro, non hanno una pletora di consulenti che li aiutino a distribuire le energie e a dedicarsi a tutto quanto necessiterebbe del loro aiuto. Educatori, difensori della legalità, lottatori dell’ecologia, della libertà, dei diritti, qualche volta non ce la fanno, qualche volta sono stanchi, qualche volta sono coinvolti in estenuanti trattative e contese con i ‘poteri forti’ perciò mi permetto di rivolgere a loro questo mio promemoria per attrarre l’attenzione su una questione che potrebbe essere piccola se confrontata ad altre megalitiche disgrazie, ma è enorme per sé e quanti la vivono in prima persona.

Care autorità morali,
vi scrivo perché c’è qualcosa che non capisco, e, poiché pretendo di fare l’educatore dei giovani - si è proprio una pretesa arrischiata in un tempo in cui il mestiere più diffuso è l’abdicazione educativa – chiedo aiuto a voi per capire cosa dovrei insegnare ai giovani.

La prima mia difficoltà è di ordine sintattico e grammaticale. Leggo la prosa virgolettata e non che i giornali riportano a proposito del sequestro del campo ROM di Scordovillo.
“I Carabinieri di Lamezia Terme in collaborazione con il nucleo operativo ecologico, il nucleo antisofisticazioni e Sanità di Catanzaro ed il personale della Polizia Municipale di Lamezia Terme stanno dando esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo d’urgenza dell’area dove sorge il campo rom di località Scordovillo di Lamezia.”
Detta così sembra un’azione meritoria in favore degli infelici 800 “occupanti “– cioè cittadini italiani abitanti dell’area, da un punto di vista semantico il termine occupanti è abusivo – che potrebbe essere seguita da una ingiunzione all’autorità pubblica a provvedere a sanare la situazione difforme dai requisiti igienici e e di sicurezza. Invece non è così l’area viene sequestrata ai cittadini che la abitano. E qui c’è una prima difficoltà sintattica, un cambiamento di soggetto che non capisco: si legge infatti che queste persone – nonostante molti non siano gli abitanti originari – siano “assegnatari dei moduli abitativi realizzati in via provvisoria dalla Pubblica Amministrazione a beneficio della popolazione rom nel 2003”. Dunque l’area appartiene all’amministrazione comunale e a meno di un errore dei redattori, l’area del campo ROM viene sequestrata dall’amministrazione comunale a se stessa. Forse sarebbe stato corretto scrivere: “sono stati sequestrati i manufatti aggiuntivi” costruiti su suolo pubblico. Senonché questo non si poteva fare perché detti ‘manufatti’ svolgono un ruolo sostitutivo rispetto ai containers che dovevano servire da ricovero temporaneo per un anno e che dopo tale data servono da ricovero solo a topi e scarafaggi che si sono insediati nelle intercapedini di lana vetro.
D’altra parte stando alla prosa virgolettata gli abitanti con
“…. con le loro ordinarie condotte quotidiane di vita domestica ed assecondando il loro costume di vivere in modo indisturbato in violazione costante di elementari regole del vivere civile, hanno provocato una radicale trasformazione del territorio, dal giorno dopo la bonifica (2003) e l’assegnazione dei nuovi moduli abitativi realizzati con denari pubblici, godendo in modo esclusivo del territorio del Campo rom tale da non consentire più di distinguere neanche all’interno della popolazione spazi di uso comune (uso pubblico) da destinarsi ad opere di urbanizzazione”.

Dunque il comportamento delittuoso è confondere gli spazi privati con quelli pubblici e ‘da destinarsi ad opere di urbanizzazione’. Qui ho un problema di tempi verbali: dunque sono stati occupati spazi pubblici non già occupati da opere di urbanizzazione, ma da destinarsi, - dopo otto anni - ad opere di urbanizzazione, se ne deduce che le opere di urbanizzazione non c’erano e che la distinzione tra spazi pubblici e privati non era affatto segnalata né dalla presenza dei manufatti propri dell’urbanizzazione, né da altro segnale di ‘riserva’, nel qual caso l’ordinanza avrebbe dovuto segnalare l’abusiva eliminazione di tali delimitazioni.
D’altra parte l’ordinanza segnala altri e più gravi delitti, quali il mancato ingresso delle forze dell’ordine all’inseguimento di criminali di varia natura, e il sistematico sversamento sulla via di accesso al campo di rifiuti tossici e speciali.
Dunque per otto anni, secondo l’ordinanza, abbiamo avuto nel territorio Italiano, una repubblica indipendente a cui non accedevano neppure le forze dell’ordine, costituendo un’isola di felice e baldanzosa criminalità.
E anche in questo caso forse la prosa dei giornali avrebbe dovuto essere diversa, avrebbe dovuto segnalare la ripresa di possesso delle forze dell’ordine di una zona di territorio sottratta all’ordine e magari la costituzione di un presidio – provvisorio per carità – di sistematica vigilanza. Poiché di queste questioni - visto che abito in una zona ad alta criminalità - me ne intendo, so per certo che quando si sono create situazioni di abusiva fortificazione delle abitazioni con strutture blindate e telecamere di sorveglianza, le forze dell’ordine procedono semplicemente – manu militari – a presidiare la zona mentre operai specializzati smontano e distruggono quanto c’è da distruggere e non ho mai sentito nessuna forza politica, neppure di quelle che si avventurano e difendere le cause più improbabili, protestare per queste doverose operazioni. Dunque non capisco perché – qualora fossero presenti delittuose fortificazioni o criminali impedimenti all’accesso - non si sia proceduto semplicemente con lo smantellamento - usando la forza - di tali difese.
E lo stesso vale per tutto il lungo elenco di crimini che vengono indicati nella prosa virgolettata riportata dai giornali. Pur non avendo studiato diritto mi pare di sapere che i delitti hanno una responsabilità personale o di gruppo solo quando sia provato un vincolo organizzativo finalizzato al delitto stesso. Mentre non è possibile attribuire un delitto ad un gruppo che abbia un vincolo non finalizzato a quel delitto (ad esempio un gruppo familiare, una brigata mangereccia, un gruppo di amici di merenda etc..) o addirittura ad una etnia. In questo caso ‘le quotidiane abitudini di vita domestica’ assurgono ad abitudini generatrici di crimine, configurando come delitto la stessa appartenenza ad un gruppo umano e questo decisamente sembra contrario alla convivenza civile e allo stato di diritto in cui riteniamo di vivere.
Ma secondo quanto riportano i giornali,
“L’AUTORITÀ GIUDIZIARIA ha motivato il provvedimento del sequestro basandosi sul fatto che la situazione emersa dalle indagini rappresenta oramai un’autentica emergenza umanitaria ed ambientale al contempo, da affrontare unicamente con lo sgombero immediato e la bonifica dell’area interessata dal campo ROM, non essendo ipotizzabili strumenti alternativi in considerazione della resistenza della popolazione ROM ad integrarsi mediante l’occupazione in attività lecite ed in considerazione del fatto che il loro allontanamento dalla società civile è destinato a crescere in misura proporzionale alla crescita prevedibile della popolazione del campo e del correlato aumento dell’elusione massiccia dell’obbligo scolastico”.
Dunque in realtà si tratta di un intervento umanitario e principalmente a difesa dei bambini, che non andando a scuola si allontaneranno inevitabilmente dalla convivenza civile. La scuola infatti dovrebbe servire a far perdere a questi bambini le inveterate resistenze ad integrarsi nella società con attività lecite.
Si deduce che – almeno i questi 8 anni – per non dire in precedenza siano state offerte ai ROM del campo reiterate occasioni di integrazioni a cui essi avrebbero opposto un sistematico rifiuto preferendo attività illecite. Mi raccontano ammiratori del duce che ai bei tempi del fascio una persona trovata ad oziare e cui si offriva una lavoro e che rifiutava questo lavoro poteva passare direttamente alla galera. Ho sempre pensato che fosse una favola, ma con le dovute garanzie della libertà di scelta, non avrei una opposizione pregiudiziale a una simile prassi. Temo solo che non ci sarebbero sufficienti offerte di lavoro vero e non ci sarebbero sufficienti posti nelle galere. Dunque non capisco perché non si sia effettuato almeno un appostamento nei confronti di persone che rifiutando un lavoro lecito è come se avessero dichiarato preventivamente di volersi dedicare ad attività criminose o illecite. Si aveva un’occasione per assicurare in flagranza di reato un criminale alla giustizia.

Dunque a me sembra di vedere una serie innumerevole di violazioni delle regole urbanistiche, di sicurezza, sanità, antincendio, di convivenza che hanno visto una colpevole collusione tra omissioni amministrative, omissioni repressive e tendenze antisociali di un numero imprecisato di cittadini italiani di etnia ROM, e che di fronte ad un simile conglomerato di illeciti, la Giustizia abbia sfoderato la spada per tagliare il nodo di Gordio facendola cadere sul capo dei ROM. I quali non sono il capro espiatorio, perché la caratteristica del capro espiatorio è l’innocenza assoluta, mentre qui io vedo almeno qualche traccia di assuefazione al degrado e alla marginalizzazione, e vedo il tentativo di polarizzare il male attribuendolo solo a chi è meno difeso e meno difendibile visto che per definizione è fuori del consorzio civile.

Infine ho un problema legale: nei prossimi giorni incontrerò gli insegnanti di una scuola di Lamezia che hanno tra i propri allievi alcune decine di bambini ROM e che insieme all’associazione “La strada” da decenni si occupano non di convertirli al verbo della nostra splendida civiltà, ma di offrirgli la possibilità, attraverso la cultura, di crescere e migliorare la propria vita. So che la loro frequenza scolastica è irregolare, che gli educatori de “La strada” hanno difficoltà a potarli a scuola quando non hanno dormito per essere stati invasi dall’acqua, quando non hanno vestiti sufficienti, quando hanno subito attacchi dei topi o di insetti e so che c’è una continua mobilitazione per aiutare questi bambini e le loro famiglie a trovare la via di un miglioramento. Il problema che ho è di capire se si tratta veramente di bambini ROM o di loro imitazioni e – qualora siano ROM con denominazione di origine controllata - se i tentativi che farò insieme ai docenti per affermare i diritti di questi bambini, così come sono, non possa configurarsi come complicità con una etnia che è descritta come intrinsecamente delittuosa.

Le domande che pongo alle autorità morali sono:
  1. se non ritengono di dover levare la loro voce a denunciare – non lo sgombero del campo che di per sé potrebbe essere persino meritoria – ma il modo in cui un gruppo umano viene fatto oggetto di descrizioni che non possono far altro che alimentare odio e diffidenza
  2. se non ritengono di dover denunciare le innumerevoli violazioni dei diritti del cittadino perpetrate negli anni passati dalle amministrazioni pubbliche locali e nazionali
  3. se non ritengono di dover presidiare in prima persona la tutela dei diritti di questi cittadini visto che nessuna autorità elettiva si assumerà mai la responsabilità di fare qualcosa in favore dei ROM pena una severa punizione elettorale
  4. se non ci sia una associazione di difesa dei diritti o di ‘avvocati senza frontiere’ disponibili a svolgere una disamina approfondita di questo provvedimento per vedere se esso sia giuridicamente fondato e se la prosa usata non sia essa stessa indizio di una pericolosa attitudine a sovrapporre i pregiudizi alle leggi, e ai dati di fatto.
  5. se ci siano dei grammatici senza frontiere che abbiano voglia di individuare le incongruenze semantiche e sintattiche della prosa esibita in questa occasione al fine di offrire ai docenti e agli studenti di italiano delle scuole di ogni ordine e grado un prezioso materiale di riflessione.
La mia foto
Napoli, NA, Italy
Maestro elementare, da undici anni coordina il Progetto Chance per il recupero della dispersione scolastica; è Presidente della ONLUS Maestri di Strada ed in questa veste ha promosso e realizzato numerosi progetti educativi rivolti a giovani emarginati.