martedì 12 aprile 2011

Calvinisti napoletani


Simona Molisso giovane e intraprendente avvocato, cittadina della periferia orientale di Napoli - mi viene da dire del fronte orientale - che ai periferici e agli esclusi, abitandoci in mezzo, dedica le sue capacità professionali, ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni comunali questa è una lettera di solidarietà a lei indirizzata.



Aprile 1991: Angelo di anni 10 aveva ascoltato rapito la storia di Giuseppe che avevo raccontato in più puntate ma non riusciva a darsi conto di un dettaglio che nonostante i suoi dieci anni  lo colpiva particolarmente: perché Giuseppe non accettò la corte della moglie di Putifarre. Alle mie contorte spiegazioni rispose: Agge’ capit’, Giuseppe rispettava a’ legge quando a’ legge nun ce’ sta.
Angelo mi aveva chiesto più volte come si fa a sfuggire al crimine quando ci sei nato dentro e lui era in una famiglia di limpida fede cutoliana. Limpida fede perché sua madre era convinta di essere seguace di poco meno di un santo.  Angelo oggi marcisce in una galera perché non ha rispettato la legge quando questa c’è,  ma avrebbe potuto diventare un perfetto cittadino attivo se solo tutti i bravi cittadini che ha incontrato sulla sua strada non avessero peccato di omissioni, distrazioni, sciatterie, trascuratezze; se solo non ci fossero troppe persone in questa città che condannano la merda che dall’alto e dal basso si sparge  nelle strade e nelle coscienze e poi ci si rigirano dentro cercando di trarne un qualsiasi piccolo vantaggio.
Angelo è il primo che mi ha fatto riflettere sul fatto che esiste la possibilità di seguire la legge del rispetto umano, anche quando la legge vigente nella vita sociale e in troppi uffici è quella della prepotenza, dell’arbitrio, del favore. Angelo si sentiva predestinato al male e così era: non per volontà divina ma per una ferrea volontà sociale incorporata in un organismo sociale ammalato. Solo se avesse scoperto un altro destino,  una predestinazione con la forza del divino avrebbe potuto tirarsi fuori.
Per  sviluppare il mio ragionamento prendo a caso una frase sul calvinismo dal web:


In fondo la predestinazione è un concetto religioso che riflette una situazione sociale basata sull'antagonismo di classe e sull'individualismo."Fare il bene", nell'ottica calvinista, altro non può significare che "fare bene il proprio dovere", deciso a priori da Dio, e in particolare il proprio "dovere professionale".


Il calvinsta napoletano rappresenta l’evoluzione laica della predestinazione divina  al bene, e consiste nel fare bene il proprio dovere e il proprio dovere professionale come se ce lo avesse detto Dio perché solo in questo modo puoi resistere alla pressione ambientale, perché solo così sei convinto che qualsiasi cosa accada starai bene con te stesso, perché c’è una legge che tu conosci prima che si sia manifestata e prima che sia stata scritta.
Ci sono stati altri che hanno detto la stessa cosa in altri contesti, che hanno detto che i legami umani vengono prima dei legami politici, che la legge interiore è più forte e dà forza alle leggi scritte anche quando queste vengono usate contro di te. Gli antichi non hanno potuto fare a meno di impersonare la forza dei legami in una donna – Antigone – che dà voce in una rappresentazione scenica tragica alla realtà femminile che non aveva rappresentanza nel reale, e uno di loro non ha potuto fare a meno di agire  nel reale – con la sua ingiusta morte  - la rappresentazione del conflitto morale: si chiamava Socrate. Ricordarmi questi due nomi rappresenta per me un modo di rientrare in me quando sento puzzo di cedimento.
L’etica calvinista è perfettamente rappresentata  dal concetto filosofico napoletano “ciuccio e’ fatica” : lavora indefessamente, mangia poco, è determinato, perseverante, detto anche  ‘capa tosta’. La virtù della perseveranza è contenuta anche nel concetto filosofico di ‘cane e’ presa’  che credo si riferisca alla caccia, ma io lo riferisco alla presa sui polpacci nel senso del cane da guardia che una volta li abbia addentati non li molla.
La figura dell’asino refrattario agli ordini degli umani, poco permeabile ai ragionamenti sofisticati  si addice  come riferimento a fronte di una cultura in cui la creatività linguistica o forse la corruzione – prostituzione - della parola,  diventa la nebbia che nasconde anche a se stessi il degrado dei comportamenti. Ritornare sempre alle cose elementari, all’essenza delle questioni umane è l’unica salvezza rispetto alle seduzioni della corruzione ammantate di buone parole.
Di queste cose ragiono spesso scherzosamente con gli amici e qualche volta anche con Simona e soprattutto ho visto Simona all’opera: la negazione dell’azzecca garbugli, una che scova il cavillo per aiutare la donna maltrattata,  l’immigrato ‘senza legge’, il maestro di strada maltrattato dagli scherani di partito. Dunque una persona in cui aver fiducia perché ha fiducia in se stessa.
Fa bene Simona a dire che bisogna essere espressi da un gruppo, ma fa ancora meglio a dichiararsi calvinista napoletana e a mettere in chiaro che si sta bene in un gruppo se ci sono scambi circolari e se viene accettato il conflitto, se c’è l’alleanza delle nostre parti migliori e se il mandato è chiaro. Quante volte come avvocato si è trovata di fronte a mandati ambigui, contraddittori, paradossali? Anche di questo abbiamo parlato: professionalità è anche riuscire a dipanare mandati difficili, a non inchinarsi al cliente. Serve un contratto chiaro e una chiara identificazione delle parti e dei ruoli che ciascuno recita.
 Le formazioni politiche che dominano le periferie e la nostra in particolare  non  sono corrotte perché sono distanti dal popolo ma perché sono rappresentanti della sua corruzione da loro stessi alimentata: sono legate da contratti scellerati, alleanza con la parte peggiore che esiste anche nelle persone migliori, alleati con la paura del potere che alligna anche tra ‘chi ha studiato’ , con il bisogno di protezione che hanno anche i  forti, con la tentazione del favoritismo che hanno anche gli onesti.  No, tutto possiamo dire tranne che non siano legati al popolo, anzi direi che hanno addirittura legato il popolo e lo portano al guinzaglio. E spesso non si accorgono che quando hai troppi guinzagli in mano sono loro a trascinare te e non tu a guidare loro. La fine di tutti gli arrivisti e di tutti i capipopolo con la vocazione del caporale è di essere travolti dalle stesse cattive qualità che hanno eccitato nei propri sudditi: monnezza eri e monnezza tornerai. (quia pulvis eris et in pulverem reverteris ) e  i sudditi ti abbandoneremo sui marciapiedi a fetere (puzzare).


L’uomo è un’animale politico, ossia un animale che si nutre di relazioni. Il politico di professione o il politico ‘incaricato’ dovrebbe rappresentare il punto di accumulazione di una competenza politica distribuita,  che altro non è che presenza di persone vere, individui, esemplari della specie politica ricchi di relazioni, di capacità di creare nuove relazioni e nuove alleanze  nella vita civile che è la vita  della città, cioè la politica.
La politica delle città, l’urbanistica delle città e il governo di essa ha spossessato le persone di capacità politiche, ha atomizzato le persone, le ha rinchiuse nella paure alimentate da fantasmi e presenze reali e le ha consegnate a un individualismo impotente e rabbioso che è da sempre la fonte primaria del fascismo antropologico, della personalità autoritaria.  E quegli stessi politici – meglio dire uomini di potere - che spossessano l’uomo della capacità politica si presentano all’uomo impotente dicendogli: solo nella massa puoi avere potere. Il collettivismo e l’egualitarismo sono l’oppio che dovrebbe far dimenticare il dolore dell’isolamento, le sofferenze dell’individualismo.
L’atrofizzazione della capacità politica umana che porta alla competizione individualistica di tutti contro tutti è il vero pericolo per chi si metta in politica, perché molti seguaci  e sostenitori in realtà sono portatori sani del virus dell’antipolitica, e faranno di tutto per piegare la sua capacità politica a strumento della competizione individuale: cambiare posizione nella scala sociale piuttosto che cambiare i rapporti sociali.
Credo che Simona e molti di noi che cercano di restare calvinisti napoletani abbiamo già fatto esperienza di quanto i gruppi non desiderano avere un leader ‘franco agli altri come a sé’, desiderano piuttosto un capo-ostaggio,  un re senza corona che li assecondi e li guidi  nello sgomitare,  farsi avanti, scalare posizioni sociali. 


Io non ho accettato la candidatura per una decisione  presa molto tempo fa che riguarda il rapporto tra società civile e politica: sono d’accordo che la buona politica debba provenire da chi costruisce attraverso le professioni, il lavoro, la cittadinanza attiva,  legami sociali, ma ciò non può avvenire con la logica del saccheggio, del prelievo indiscriminato da giacimenti naturali di buona socialità, occorre un rapporto di scambio chiaro tra formazioni sociali e formazioni politiche che oggi non vedo neppure nelle formazioni politiche che si dichiarano alternative al sistema consociativo che vige ancora nella nostra città. Le formazioni politiche dominanti e quelle alternative che spuntano ad ogni elezione hanno saccheggiato ogni volta di persone pur valide la società civile e puntualmente  l’alternativa si è tradotta in una carriera – anche onorevole e rispettabile – e in una trasmigrazione più o meno esplicita nei ranghi dominanti. Non sono disponibile a sguarnire la mia solida posizione di potere in mezzo a una strada per entrare nella costellazione del potere privato delle mie radici. Non ho paura del potere nè di esercitarlo; ho collaborato con il ministro del secondo ministero italiano per bilancio e dipendenti e l’ho fatto a condizione di poter  restare legato alle mie radici al lavoro nel quale si riteneva avessi maturato le competenze per essere chiamato a collaborare. Ed ho fatto bene perché ho potuto riprendere il mio posto in trincea quando lor signori  si sono disgustati di me, e sono presente sulla scena politica vera quando di quelli che mi hanno cacciato non si ricorda neppure il nome. La stessa cosa è capitata  pochi mesi orsono. Questo ho detto anche a De Magistris  e al tempo stesso dico che sono disponibile a mettere in campo le risorse  necessarie che sono soprattutto  le risorse di pensiero e lavoro che derivano dal continuare una pratica sociale decisiva per il futuro della nostra città e la capacità di oppormi alle derive lassiste che possono svilupparsi – per stanchezza, per la sproporzione delle forze, per i tradimenti, per debolezza, per vanità – anche  in chi vuole cambiare rispetto ad un avversario politico solidamente ancorato in meccanismi di sudditanza consolidati nei secoli.


Quindi a Simona dico che appoggio incondizionatamente la sua candidatura proprio perché io l’ho rifiutata come rifiuto di fare il galoppino elettorale di chiunque, anche di Simona, ed invece sono lieto di promuovere e sostenere la rete dei cittadini attivi e il partito trasversale dei calvinisti napoletani che deve sostenere qualsiasi eletto.
Sia ben chiaro, i voti vanno raccolti e con determinazione, e contandoli  uno ad uno e valorizzandoli uno ad uno, ma bisogna rifiutare la logica della semplice conta, di “una testa un voto”. Qui dobbiamo avere testa e cuore per cento, la conta dei voti determina il risultato elettorale, ma è la qualità dei legami che determina le qualità dell’eletto. Non possiamo affrontare l’elezione con la logica emergenziale, con la logica dell’ultima spiaggia, con l’eccitazione nervosa degli esclusi che intravedono di poter finalmente entrare nelle stanze proibite. Tutto questo l’ho già visto, anche nelle stanze di Decidiamo Insieme, e poi nè si prendono abbastanza voti, né restano abbastanza legami. 


Che il domani sia propizio a tutti noi 


Cesare Moreno

domenica 20 marzo 2011

Scordovillo: lezioni di civiltà, emergenza umanitaria ... sgombero. Qualcosa non torna

Nella nostra società ci sono autorità istituzionali, elettive e morali: tutte dovrebbero aiutare il cittadino ad essere tale cioè a partecipare alla costruzione e al godimento del bene comune. Molte autorità elettive sono schiave degli stereotipi, delle emozioni, delle paure, da esse stesse scatenate ed utilizzate a fini di potere; molte autorità istituzionali rispondono più alle direttive della autorità elettive e ai malumori dell’opinione pubblica aizzata dai detentori del potere che non ai doveri istituzionali. Se qualcuno è o si ritiene vittima di ingiustizia difficilmente può sperare di appellarsi a questi tipi di autorità. Esistono poi delle autorità morali, che castigano i cattivi costumi, promuovono la convivenza, difendono gli indifesi e gli indifendibili. Purtroppo non hanno una organizzazione sindacale che li difenda dal superlavoro, non hanno una pletora di consulenti che li aiutino a distribuire le energie e a dedicarsi a tutto quanto necessiterebbe del loro aiuto. Educatori, difensori della legalità, lottatori dell’ecologia, della libertà, dei diritti, qualche volta non ce la fanno, qualche volta sono stanchi, qualche volta sono coinvolti in estenuanti trattative e contese con i ‘poteri forti’ perciò mi permetto di rivolgere a loro questo mio promemoria per attrarre l’attenzione su una questione che potrebbe essere piccola se confrontata ad altre megalitiche disgrazie, ma è enorme per sé e quanti la vivono in prima persona.

Care autorità morali,
vi scrivo perché c’è qualcosa che non capisco, e, poiché pretendo di fare l’educatore dei giovani - si è proprio una pretesa arrischiata in un tempo in cui il mestiere più diffuso è l’abdicazione educativa – chiedo aiuto a voi per capire cosa dovrei insegnare ai giovani.

La prima mia difficoltà è di ordine sintattico e grammaticale. Leggo la prosa virgolettata e non che i giornali riportano a proposito del sequestro del campo ROM di Scordovillo.
“I Carabinieri di Lamezia Terme in collaborazione con il nucleo operativo ecologico, il nucleo antisofisticazioni e Sanità di Catanzaro ed il personale della Polizia Municipale di Lamezia Terme stanno dando esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo d’urgenza dell’area dove sorge il campo rom di località Scordovillo di Lamezia.”
Detta così sembra un’azione meritoria in favore degli infelici 800 “occupanti “– cioè cittadini italiani abitanti dell’area, da un punto di vista semantico il termine occupanti è abusivo – che potrebbe essere seguita da una ingiunzione all’autorità pubblica a provvedere a sanare la situazione difforme dai requisiti igienici e e di sicurezza. Invece non è così l’area viene sequestrata ai cittadini che la abitano. E qui c’è una prima difficoltà sintattica, un cambiamento di soggetto che non capisco: si legge infatti che queste persone – nonostante molti non siano gli abitanti originari – siano “assegnatari dei moduli abitativi realizzati in via provvisoria dalla Pubblica Amministrazione a beneficio della popolazione rom nel 2003”. Dunque l’area appartiene all’amministrazione comunale e a meno di un errore dei redattori, l’area del campo ROM viene sequestrata dall’amministrazione comunale a se stessa. Forse sarebbe stato corretto scrivere: “sono stati sequestrati i manufatti aggiuntivi” costruiti su suolo pubblico. Senonché questo non si poteva fare perché detti ‘manufatti’ svolgono un ruolo sostitutivo rispetto ai containers che dovevano servire da ricovero temporaneo per un anno e che dopo tale data servono da ricovero solo a topi e scarafaggi che si sono insediati nelle intercapedini di lana vetro.
D’altra parte stando alla prosa virgolettata gli abitanti con
“…. con le loro ordinarie condotte quotidiane di vita domestica ed assecondando il loro costume di vivere in modo indisturbato in violazione costante di elementari regole del vivere civile, hanno provocato una radicale trasformazione del territorio, dal giorno dopo la bonifica (2003) e l’assegnazione dei nuovi moduli abitativi realizzati con denari pubblici, godendo in modo esclusivo del territorio del Campo rom tale da non consentire più di distinguere neanche all’interno della popolazione spazi di uso comune (uso pubblico) da destinarsi ad opere di urbanizzazione”.

Dunque il comportamento delittuoso è confondere gli spazi privati con quelli pubblici e ‘da destinarsi ad opere di urbanizzazione’. Qui ho un problema di tempi verbali: dunque sono stati occupati spazi pubblici non già occupati da opere di urbanizzazione, ma da destinarsi, - dopo otto anni - ad opere di urbanizzazione, se ne deduce che le opere di urbanizzazione non c’erano e che la distinzione tra spazi pubblici e privati non era affatto segnalata né dalla presenza dei manufatti propri dell’urbanizzazione, né da altro segnale di ‘riserva’, nel qual caso l’ordinanza avrebbe dovuto segnalare l’abusiva eliminazione di tali delimitazioni.
D’altra parte l’ordinanza segnala altri e più gravi delitti, quali il mancato ingresso delle forze dell’ordine all’inseguimento di criminali di varia natura, e il sistematico sversamento sulla via di accesso al campo di rifiuti tossici e speciali.
Dunque per otto anni, secondo l’ordinanza, abbiamo avuto nel territorio Italiano, una repubblica indipendente a cui non accedevano neppure le forze dell’ordine, costituendo un’isola di felice e baldanzosa criminalità.
E anche in questo caso forse la prosa dei giornali avrebbe dovuto essere diversa, avrebbe dovuto segnalare la ripresa di possesso delle forze dell’ordine di una zona di territorio sottratta all’ordine e magari la costituzione di un presidio – provvisorio per carità – di sistematica vigilanza. Poiché di queste questioni - visto che abito in una zona ad alta criminalità - me ne intendo, so per certo che quando si sono create situazioni di abusiva fortificazione delle abitazioni con strutture blindate e telecamere di sorveglianza, le forze dell’ordine procedono semplicemente – manu militari – a presidiare la zona mentre operai specializzati smontano e distruggono quanto c’è da distruggere e non ho mai sentito nessuna forza politica, neppure di quelle che si avventurano e difendere le cause più improbabili, protestare per queste doverose operazioni. Dunque non capisco perché – qualora fossero presenti delittuose fortificazioni o criminali impedimenti all’accesso - non si sia proceduto semplicemente con lo smantellamento - usando la forza - di tali difese.
E lo stesso vale per tutto il lungo elenco di crimini che vengono indicati nella prosa virgolettata riportata dai giornali. Pur non avendo studiato diritto mi pare di sapere che i delitti hanno una responsabilità personale o di gruppo solo quando sia provato un vincolo organizzativo finalizzato al delitto stesso. Mentre non è possibile attribuire un delitto ad un gruppo che abbia un vincolo non finalizzato a quel delitto (ad esempio un gruppo familiare, una brigata mangereccia, un gruppo di amici di merenda etc..) o addirittura ad una etnia. In questo caso ‘le quotidiane abitudini di vita domestica’ assurgono ad abitudini generatrici di crimine, configurando come delitto la stessa appartenenza ad un gruppo umano e questo decisamente sembra contrario alla convivenza civile e allo stato di diritto in cui riteniamo di vivere.
Ma secondo quanto riportano i giornali,
“L’AUTORITÀ GIUDIZIARIA ha motivato il provvedimento del sequestro basandosi sul fatto che la situazione emersa dalle indagini rappresenta oramai un’autentica emergenza umanitaria ed ambientale al contempo, da affrontare unicamente con lo sgombero immediato e la bonifica dell’area interessata dal campo ROM, non essendo ipotizzabili strumenti alternativi in considerazione della resistenza della popolazione ROM ad integrarsi mediante l’occupazione in attività lecite ed in considerazione del fatto che il loro allontanamento dalla società civile è destinato a crescere in misura proporzionale alla crescita prevedibile della popolazione del campo e del correlato aumento dell’elusione massiccia dell’obbligo scolastico”.
Dunque in realtà si tratta di un intervento umanitario e principalmente a difesa dei bambini, che non andando a scuola si allontaneranno inevitabilmente dalla convivenza civile. La scuola infatti dovrebbe servire a far perdere a questi bambini le inveterate resistenze ad integrarsi nella società con attività lecite.
Si deduce che – almeno i questi 8 anni – per non dire in precedenza siano state offerte ai ROM del campo reiterate occasioni di integrazioni a cui essi avrebbero opposto un sistematico rifiuto preferendo attività illecite. Mi raccontano ammiratori del duce che ai bei tempi del fascio una persona trovata ad oziare e cui si offriva una lavoro e che rifiutava questo lavoro poteva passare direttamente alla galera. Ho sempre pensato che fosse una favola, ma con le dovute garanzie della libertà di scelta, non avrei una opposizione pregiudiziale a una simile prassi. Temo solo che non ci sarebbero sufficienti offerte di lavoro vero e non ci sarebbero sufficienti posti nelle galere. Dunque non capisco perché non si sia effettuato almeno un appostamento nei confronti di persone che rifiutando un lavoro lecito è come se avessero dichiarato preventivamente di volersi dedicare ad attività criminose o illecite. Si aveva un’occasione per assicurare in flagranza di reato un criminale alla giustizia.

Dunque a me sembra di vedere una serie innumerevole di violazioni delle regole urbanistiche, di sicurezza, sanità, antincendio, di convivenza che hanno visto una colpevole collusione tra omissioni amministrative, omissioni repressive e tendenze antisociali di un numero imprecisato di cittadini italiani di etnia ROM, e che di fronte ad un simile conglomerato di illeciti, la Giustizia abbia sfoderato la spada per tagliare il nodo di Gordio facendola cadere sul capo dei ROM. I quali non sono il capro espiatorio, perché la caratteristica del capro espiatorio è l’innocenza assoluta, mentre qui io vedo almeno qualche traccia di assuefazione al degrado e alla marginalizzazione, e vedo il tentativo di polarizzare il male attribuendolo solo a chi è meno difeso e meno difendibile visto che per definizione è fuori del consorzio civile.

Infine ho un problema legale: nei prossimi giorni incontrerò gli insegnanti di una scuola di Lamezia che hanno tra i propri allievi alcune decine di bambini ROM e che insieme all’associazione “La strada” da decenni si occupano non di convertirli al verbo della nostra splendida civiltà, ma di offrirgli la possibilità, attraverso la cultura, di crescere e migliorare la propria vita. So che la loro frequenza scolastica è irregolare, che gli educatori de “La strada” hanno difficoltà a potarli a scuola quando non hanno dormito per essere stati invasi dall’acqua, quando non hanno vestiti sufficienti, quando hanno subito attacchi dei topi o di insetti e so che c’è una continua mobilitazione per aiutare questi bambini e le loro famiglie a trovare la via di un miglioramento. Il problema che ho è di capire se si tratta veramente di bambini ROM o di loro imitazioni e – qualora siano ROM con denominazione di origine controllata - se i tentativi che farò insieme ai docenti per affermare i diritti di questi bambini, così come sono, non possa configurarsi come complicità con una etnia che è descritta come intrinsecamente delittuosa.

Le domande che pongo alle autorità morali sono:
  1. se non ritengono di dover levare la loro voce a denunciare – non lo sgombero del campo che di per sé potrebbe essere persino meritoria – ma il modo in cui un gruppo umano viene fatto oggetto di descrizioni che non possono far altro che alimentare odio e diffidenza
  2. se non ritengono di dover denunciare le innumerevoli violazioni dei diritti del cittadino perpetrate negli anni passati dalle amministrazioni pubbliche locali e nazionali
  3. se non ritengono di dover presidiare in prima persona la tutela dei diritti di questi cittadini visto che nessuna autorità elettiva si assumerà mai la responsabilità di fare qualcosa in favore dei ROM pena una severa punizione elettorale
  4. se non ci sia una associazione di difesa dei diritti o di ‘avvocati senza frontiere’ disponibili a svolgere una disamina approfondita di questo provvedimento per vedere se esso sia giuridicamente fondato e se la prosa usata non sia essa stessa indizio di una pericolosa attitudine a sovrapporre i pregiudizi alle leggi, e ai dati di fatto.
  5. se ci siano dei grammatici senza frontiere che abbiano voglia di individuare le incongruenze semantiche e sintattiche della prosa esibita in questa occasione al fine di offrire ai docenti e agli studenti di italiano delle scuole di ogni ordine e grado un prezioso materiale di riflessione.

giovedì 3 febbraio 2011

Ricominciamo da noi


Dopo mesi di lavoro volontario, di lotta alle resistenze, alle incomprensioni, alla insipienza generale noi riprendiamo un lavoro organizzato a fianco dei giovani adolescenti che rischiano di perdersi nelle fauci di una periferia distruttiva. Ci sono ancora delle incognite, potrebbe accadere che ci fermiamo di noi, ma siamo certi che in un modo o nell'altro noi arriveremo in fondo. Auguri a noi stessi e ai giovani che incontreremo. Alle 14 e trenta del 2 febbraio parte il progetto di orientamento per i giovani nelle scuole medie della Sesta Municipalità (San Giovanni, Ponticelli, Barra)

lunedì 31 gennaio 2011

Il valore di un uomo

Pubblicato in 
Ma cosa succede a Napoli?  Ormai considero la mia città un luogo dell’anima planetaria e globale: qualsiasi cittadino del mondo dalle discariche di Nairobi, ai grimperos dell’America Latina può trovare in Napoli una pietra di paragone che lo rende più bello, più pulito, più buono.
Bisognerebbe  che ogni cittadino del villaggio globale a cui giungono le notizie di Napoli versasse un cent come royalties su questo patrimonio di monnezza che mettiamo a disposizione per sollevare la sua autostima.
E dovrebbero pagare un po’ di più i filosofi, perché Napoli tiene aperti interrogativi filosofici  altrimenti offuscati dall’opulenza e dall’efficienza. Ad esempio come si stabilisce il valore di un uomo.
A quanto pare per le primarie un uomo vale 20 euro, per le politiche, a seconda della congiuntura tra 50 e 100 euro. Anni fa al top delle stragi un killer costava 300.000 lire: veramente prezzi popolari. Ora preferisco non tenermi aggiornato su questo tariffario. Quindi basta fare una media ponderata di questi numeri per sapere il valore di un uomo.  Molto basso qui a Napoli.
L’ulteriore domanda filosofica è perché sistematicamente da molti secoli gli uomini di niente, (‘omme ‘e niente) quelli che non valgono niente, sconfiggono gli uomini di valore ossia quelli che solo di studi ci sono costati diverse decine di migliaia di euro (del resto se tra operaio e dirigente c’è un rapporto da 500 a uno  tra un sottoproletario e un uomo di cultura deve esserci una distanza analoga) e perché gli uomini di niente sentono una particolare affinità con quel sanguinario del Cardinale Ruffo, con la crassa volgarità del Borbone, con il becero comandate Lauro, con il postribolare Berlusconi?
Ora tutti si stracciano le vesti perché la gente è andata a votare per pochi euro o per piccoli favori di periferia.
Io ho visto in TV quelli che sono andati ad occupare la sede provinciale del PD. Sono persone che si sono sudate tenacemente in venti anni la loro piccola scalata di potere da modesti impiegati a capi gruppo consiliari del grande partito. Sono quelli che mi hanno impedito persino di fare lavoro volontario, perché non c’era foglia che non dovesse esser marchiata con il sapore disgustoso del favore e dell’intrallazzo. Ed erano protetti allo stesso modo da Bassolino e Iervolino e per decenni hanno tenute le periferie sotto il tallone di ferro di una politica di favori. Se c’è una umanità esclusa da tutto, senza storia, senza risorse, senza futuro, esposta all’arbitrio ci sarà sempre qualcuno pronto a farsene portavoce e a servirsene come massa di manovra. Lo avevamo già visto alle elezioni precedenti, quando si presentò Rossi Doria. Nei quartieri di ceto medio il voto era frutto di pensiero e di scelta ed  entro certi limiti si è rivolto anche ad una proposta nuova, ma in periferia la situazione era bloccata, in periferia non c’era un voto che non fosse controllato. Questo lo sapevano i perdenti di oggi, su questo hanno taciuto tutti gli indignati di oggi, nessuno di loro ha mai, in nessuna occasione, tentato di cambiare il ruolo di pedine che hanno gli esclusi  della nostra società. Io che con tanti altri ci provavo ripartendo dalla base, dalla convivenza quotidiana sono stato a mia volta escluso.  E da questo punto di vista mi viene voglia di tessere le lodi del votante a venti euro, l’unico finora che abbia squarciato il velo di una politica che è talmente avvezza allo scambio, alle scalate di potere, all’uso strumentale delle sventure altrui che non è neppure capace di immaginare di potersi muovere su un altro scacchiere con altre regole dando speranze alle persone piuttosto che sfruttarne la disperazione.
Io non sono sicuro che i giovani tunisini che hanno cacciato Ben Alì siano molto diversi dai giovani che sono saliti sulle barricate di monnezza e che hanno venduto il voto per venti euro. La differenza sta nel tipo di avversari che si trovano di fronte: gli uni si trovano davanti cumuli di monnezza urbana e cumuli di monnezza politica gli altri hanno ancora il privilegio di potersi battere contro un vero dittatore, contro una vera repressione. La nostra è una guerra contro il nulla e anche chi vince non può che avere nulla.
***
Mentre scrivevo queste ottimistiche riflessioni da un’altra parte d’Italia il solito napoletano emigrato scriveva – con maggiore proprietà di linguaggio politico – cose del tutto analoghe. Si chiama Adolfo Scotto di Luzio, è uno storico che insegna all’Università di Bergamo ed è un esperto di storia della scuola. Controllando sul web ho visto che è l’estensore del documento scuola di Italia Futura (Montezemolo). L’articolo è stato pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno, ma stranamente non è stato ripreso dai blog cittadini, né sono riuscito a trovarlo  nell’archivio del Corriere. Non so, forse era troppo radicale; non che pensi a una censura, forse non può essere capito. Eccolo:

Centrosinistra, più che un nuovo inizio è la fine di una lunga stagione
di Adolfo Scotto di Luzio

E’ una mia opinione personale. Non chiedo a nessuno di condividerla. Vuole essere però l'inizio di un ragionamento. L'esito delle primarie napoletane ha sancito il primato del peggio che c'è. E se ce ne fosse bisogno, ribadisce la sterilità politica della cosiddetta stagione bassoliniana del governo della città. Queste primarie non rappresentano l'inizio di un nuovo, ancorché incerto, ciclo politico e civile per Napoli, ma sono il riassunto di ciò che è stata la politica in città in tutti questi anni.
Queste primarie costituiscono il sigillo della fine apposto alla lunga stagione del centrosinistra in città, invece che l'annuncio di un nuovo inizio.
Il partito personale non solo non ha prodotto eredi di rilievo, ma negli eredi che si ritrova prende le misure esatte della sua reale portata politica. Fattosi forte della debolezza del partito politico, il bassolinismo ha impedito al partito di riorganizzarsi, lo ha mantenuto in uno stato di permanente disgregazione.  Il punto è: perché questa disgregazione non ha liberato energie politiche nuove, mentre invece ha prodotto con ogni evidenza l'inaridimento delle fonti stesse del rinnovamento politico in città.
Il paradosso napoletano non è stata la vittoria di Bassolino nel quadro del trionfo berlusconiano. Il paradosso di Napoli e del Mezzogiorno è che è toccato agli eredi del Pci il ruolo che in Italia hanno svolto Berlusconi e compagni. Questo primato comunista. di Napoli ha comportato che il partito personale si affermasse su una base di vecchi riti e di rigidità burocratiche che erano propri dell'ex Pci e che hanno così avuto la possibilità di estendere la loro vigenza ben oltre la durata in vita delle strutture e dei contesti che un tempo li giustificavano. Il miscuglio che ne è derivato di nuova politica personale e di vecchi costumi da centralismo democratico ha fatto sì che accanto al leader, e al suo servizio, venisse mobilitato una parte dell'apparato burocratico di federazione che ha così trovato il modo di sopravvivere alla bufera dei primi anni Novanta. Insomma da noi il nuovo è stato la cristallizzazione di una parte del vecchio. Ora, i giovani che in queste primarie hanno lanciato la loro sfida a Umberto Ranieri sono due ex assessori, due campioni di una più folta schiera di ex ragazzotti della FGCI, la vecchia federazione giovanile comunista, che hanno passato gran parte della loro adolescenza e giovinezza parcheggiati nelle stanze della federazione del Pci in via dei Fiorentini.
Nella loro esistenza c'è una netta soluzione di continuità ed è il giorno in cui sono stati strappati all'accidiosa ripetitività di un destino da piccoli burocrati di periferia per essere assunti nell'empireo di un sistema di potere a base provinciale-regionale. E che hanno svoltato. Si sono dati una ripulita.
Hanno cominciato ad incontrare la gente giusta, a farsi nuove amicizie e a metter su famiglia. Ma è pure tutto qui. Se il loro mentore, Antonio Bassolino poteva immaginare di aver conquistato il potere alla fine di una lunga battaglia politica e ideale, dentro le fila di un grande partito nazionale che forniva al suo impegno meridionalista una prospettiva storica di ampia portata, l'aspirazione di questi giovani a guidare una grande città del Sud matura sul terreno di un'angustia burocratico-municipale che i tempi nuovi hanno insegnato a decorare degli orpelli del marketing urbano, delle scenografie inutili dei grandi eventi. Non c'è nessuna idea politica, nessuna prospettiva storica, nessuna capacità di lettura della realtà meridionale. La fine della politica tuttavia non riguarda solo i vincitori di oggi, ma anche gli sconfitti. Anche Umberto Ranieri. farebbe bene a interrogarsi sul profilo di chi gli ha portato via la vittoria. In fondo è anche la sua storia.
Forse in queste primarie ci sono stati, come si denuncia da più parti brogli e se non proprio brogli l'uso .di sistemi (capi bastone, collettori di voti, eccetera) che di solito usano in tanti, ma che solo il vincitore riesce ad usare meglio degli altri. Lo si sapeva dall'inizio e ora non si possono ricevere le obiezioni di chi prima ha accettato di giocare e poi, dopo aver perso, dice che le regole del gioco che, ripeto, si è accettato di giocare, erano truccate. Il punto non è qui e sbaglierebbe chi oggi volesse farne una questione morale. L'ennesima e inconcludente questione morale del paese. Si dice che quello di Bassolino è un sistema di potere e che Andrea Cozzolino ne è l'erede.
Ebbene, il punto e: come si combatte un sistema di potere? La risposta: o come fanno a destra, contrapponendogliene uno uguale e contrario. Oppure facendo politica.
Ranieri ha tutte le ragioni, psicologiche e politiche, a non darsi per vinto e a non rinunciare alla battaglia, ma quello di cui la città ha bisogno non è l'ennesima mobilitazione intellettuale e civile. Napoli ha bisogno di un lavoro serio e continuativo di ricostruzione del suo tessuto sociale. Ha bisogno che vengano rimessi in piedi luoghi e meccanismi di discussione e di impegno pubblico. Ha bisogno di organizzare politicamente la partecipazioni. Forse questo potrebbe essere il compito storico di Umberto Ranieri a Napoli, a partire da una riflessione sulla sua sconfitta: favorire la formazione e l'ascesa di una nuova classe politica.

Che fare

Varie persone mi chiedono cosa fare.
Intanto bisogna sempre prima capire cosa succede, se no ci agitiamo a vuoto.
Ora detto in modo molto sintetico la situazione mi sembra questa:
si giocano le stesse partite, con le stesse carte, con le stesse regole, con gli stessi giocatori. Come si vuole che il risultato cambi?
I rinnovatori si limitano a raccattare i cascami lasciati per strada dagli altri. Si rifonda e si rinnova, cosa?
C'è una regola elementare: ritornare alla pratica sociale. Bisogna che ci siano nuove carte da giocare, anzi nessuno può giocare delle carte: non è più il tempo delle pedine ma il tempo dei soggetti attivi. Non è il tempo di dire ma il tempo di ascoltare in primo luogo.  Ci sono ormai due antropologie e un fossato che le separa. Troppi democratici, progressisti, rivoluzionari non si rendono conto che i loro discorsi circolano solo da una parte del fossato. Mi ricordo una delle prime frasi 'politiche' che ho appreso ormai quasi cinquanta anni fa  "Costruire un socialismo di lusso sui frutti delle rapine imperiali" (Franz Fanon), che esprime nel modo più sintetico l'irriducibile differenza tra colonizzati e colonizzatori. Ci rendiamo conto di quante colonie interne abbiamo? E che la politica è appunto l’arte di tenere insieme persone che vivono vite diverse, rispettandole e consentendo a ciascuno di realizzare al meglio se stessi.
Chi è che si dedica a colmare i fossati che dividono gli uomini tra loro, chi è che lavora perché questi non vengano proprio tracciati? La politica del contro  non funziona sta da un’altra parte, fa parte della guerra per bande dei gruppi di potere, dei poteri costituiti e dei poteri rampanti, dei dominatori e degli aspiranti dominatori. Finché noi pensiamo alla politica come continuazione della guerra con altri mezzi  finiremo nelle mutande di qualche escort più o meno giovane, nei gorghi di qualche infinita vicenda giudiziaria.
Ripeto sempre che ci sono solo nella mia città migliaia di persone responsabili che attraversano la città, attraversano la frontiere tra la città del benessere e la città del degrado e cercano di tessere i fili di una trama sociale. Moltissimi di questi sono insegnanti, educatori, volontari, ma anche imprenditori che non fuggono, funzionari che cercano di essere servitori del pubblico e non accaparratori di prebende, operatori ecologici che si impegnano sul serio nella differenziata e tanti tanti altri che mantengono una dignità umana dove la dignità viene sistematicamente avvilita.
Qualcuno è disponibile a sentire ciò che costoro costruiscono, a capire come fanno?
Non è che nessuno di questi viene ascoltato ma vengono ascoltati in un contesto di scontro, per prendere posizione contro e purtroppo molti sono indotti ad esprimersi soprattutto in questi contesti senza rendersi conto di quanti essi siano deformanti.
Come non essere contro la Gelmini, come non rendersi conto di quanto insufficiente (lasciatemi l’eufemismo) siano stati 17 anni di governo di sinistra (sono stati tutti insufficienti e non solo gli ultimi), come non sapere che se oggi ogni bambino nasce con un debito gigantesco  non è certo colpa mia o tua; come non sapere che anche nella crisi più nera c’è chi ingrassa ancora di più che al tempo delle vacche grasse.  Ma tutto questo aver ragione, tutto questo analizzare  con acume i torti degli altri non ci esime dal dover pensare qualche cosa che salvi tutti e non si limiti a dire che ci spetta il posto d’onore in una astronave che si sta schiantando in un buco nero a scelta.
Pensare il bene comune significa semplicemente questo, la condivisione di soluzioni positive. Non l’interesse pubblico che è l’omaggio ad un astratto ipotetico interesse confiscato da chi ha più potere, ma il bene comune, ciò di cui possiamo fruire insieme.
Di fronte al degrado umano di chi va a votare per 20 euro io non mi sento di dire se è più cattivo chi lo utilizza o chi condanna il suo utilizzo, io penso a quanto deve star male uno che va a votare per 20 euro  e vorrei poter parlare con lui e aiutarlo a trovare un modo migliore di spendere la vita. Non mi illudo che mi  accolga bene, la sua prima reazione sarà di pensare che gli voglio togliere anche quella piccola conquista di giornata, ma se voglio avere una città diversa il mio primo dovere è stabilire un dialogo con lui e non con quelli che lo hanno pagato o con quelli che  mi mostrano le mani innocenti di questo delitto. 
Questa è la soluzione.
Troppo semplice. 

mercoledì 15 dicembre 2010

A Carla

Ho scelto di ricordare Carla innanzi tutto a Sondrio, era la sua terra, dove si è formata, dove ci sono quattro nipoti e 13 pronipoti, una sorella e tante persone che l'hanno conosciuta. Questa la lettera che ho letto per loro.

Carla, oggi fa un anno che ci hai lasciati.

Abbiamo continuato a nutrirci di te e delle cose buone che ci hai lasciato, alcune marmellate di pompelmo, pomodorini al naturale, ma soprattutto di tutte le buone parole, dei sentimenti di cui ci hai nutrito per una vita intera. La tua forza c’è ancora tutta e cresce dopo di te come crescono i figli e il nipote che non hai conosciuto.
Hai scritto: Se proprio vogliamo considerare una persona come una pianta, allora le sue radici stanno dentro di essa, e trasportano i succhi nutritivi di coloro che l’hanno generata e educata, cioè "tirata fuori": se le radici sono sufficientemente buone, la pianta si deve alzare ed espandere nel mondo circostante.
Oggi ci siamo riuniti qui per ricordare che tu hai portato lontano,  ad un vasto mondo le tue radici e per dire che tu sei nelle nostre radici perché molti dei presenti, compresi quelli che per età  e storia vengono prima di te sono stati da te educati, aiutati a , come hai scritto tu, "liberarsi dai lacci di ogni ghetto, sociale culturale o etnico che sia.”
Tu hai coltivato come pochi e tue radici e le relazioni, non hai dimenticato niente della tua infanzia e di chi ti ha generato, riconoscevi dentro di te l’eredità di tua madre Anna, tuo padre Michele, tenevi le relazioni con le tue sorelle e anche da loro prendevi esperienze e saggezza. Con il tuo pensiero tagliente, rigoroso proprio perché amorevole, riconoscendo umane debolezze e cadute che in ogni vita ci sono, hai rinsaldato ciò che di buono da ognuno di loro hai preso.
Ma soprattutto ci hai insegnato a gioire della vita. E’ la prima cosa che mi hai detto quando ti ho conosciuta: non sentirti in colpa perché godi della vita.
Molti involontariamente trasmettono un’idea della vita come calvario, come sofferenza necessaria per un radioso futuro, tu dicevi invece che solo godere della vita poteva prepararti ad una buona morte, e avevi solo venti anni! E lo potevi dire perché la tua dose di dolore te la eri presa tutta e per tutta la vita te la sei portata dentro, la morte della persona che più avevi amato e che forse più ti aveva amata in quel tempo: il tuo caro fratello. Ed è questa la cosa più grande che ci hai lasciato, non hai usato la tua afflizione per affliggere altri, ma per aiutare tutti a superare il dolore, a godere la vita di fronte alla crudele e imprevedibile presenza della morte.
Avevi fortunatamente le tue debolezze, sentivi freddo e cercavi calore, temevi i lacci e i vincoli prima ancora di vederli e ti definivi claustrofobica, avevi un discreto pessimismo sulle sorti dell’uomo, avevi paura di restare in debito con qualcuno ed era troppo difficile aiutarti. Quando pensavi a una possibile decadenza fisica pensavi non alla possibilità di ricevere aiuto dai tanti che hai aiutato, ma di doverti pagare un ospizio, e tu, che hai tranquillamente donato tutto il patrimonio ereditato, ti preoccupavi di mettere da parte qualche denaro per il tempo della malattia. Ecco, tu ti curavi di noi senza pensare al tuo futuro, e l’unico calcolo che hai fatto sul futuro lo hai sbagliato: quei soldi non ti sarebbero serviti.
Eri forte, e, come certi profeti che cercavano di tenere lontano da sé questo dono perché ne sentivano e temevano il peso, non volevi essere forte non volevi che ti si riconoscesse come una guida.
Oggi noi approfittando della tua assenza e continuiamo a nutrirci della tua forza, e molte persone che non ti hanno conosciuta ti stanno conoscendo oggi che non ci sei e si stanno nutrendo di te e certamente molte altre ce ne saranno. Ma tra noi che ti abbiamo conosciuta manchi molto, ci manca, e manca a me in particolare, la possibilità di scaldarti quando hai freddo, consolarti in quei rari momenti di scoramento, sostenerti nei rarissimi momenti di stanchezza, di accompagnarti lungo il declino della vecchiaia. E anche questo ci hai insegnato: che una cara assenza e il dolore per essa possono farci diventare migliori.
Grazie.

martedì 9 novembre 2010

Fare scuola in contesti difficili - 2

Percorso di riflessione professionale
e avvicinamento al compito per docenti precari
anche per quelli che potrebbero essere impiegati nel 

 “Programma Operativo Nazionale: “Competenze per lo Sviluppo” - 2007IT051PO007
finanziato con il Fondo Sociale Europeo Annualità 2010/2011.
Interventi integrati rivolti alle Istituzioni scolastiche della Regione Campania,
per promuovere il successo scolastico
con particolare attenzione a tutte le categorie a rischio di marginalità sociale.”


martedì 21 settembre 2010

Niente di nuovo sul fronte orientale -16 settembre 2010 -



La periferia orientale di Napoli, un tempo sede dell'industria pesante e manifatturiera, oggi è sede di numerosi istituti di istruzione superiore che ospitano i giovani delle tre periferie, San Giovanni, Barra Ponticelli. 
Dopo aver detenuto il record dell'analfabetismo i tre quartieri hanno avuto il record della dispersione scolastica nelle scuole medie, oggi hanno il record della dispersione alle scuole superiori, Il problema quindi è stato promosso. Qui una descrizione del fenomeno allo 'stato nascente'

Fuochi d'artificio 
A mezzanotte del 31 dicembre del 1980, invece di farmi stordire dai botti dei miei rumorosi vicini di San Giovanni, salii sul Vesuvio a godermi la vista. Era una notte chiara, spazzata dal vento, la penisola Sorrentina, le isole, i monti del casertano erano scolpiti nel cielo blu, luci bianche e gialle disegnavano la mappa dei paesoni della provincia tra Napoli e Caserta da un lato, quella dell’agro Sarnese Nocerino dall’altro. La conurbazione Napoli Caserta Salerno era visibile in tutto il suo scassato intrico, senza alcuna possibilità di indovinare un disegno, né intorno ad un fiume, né intorno ad un asse viario, né lungo un crinale montuoso: solo lungo gli assi della più assoluta anarchia.
I botti non hanno un vero inizio: impazienti di tutta la provincia fanno esplodere i loro potenti petardi e in distanza si intravedono lampi che improvvisamente illuminano palazzi colorati, vicoli bui. Quando i fuochi cominciano ad intensificarsi si realizza uno strano fenomeno: sembra che ci siano dei ‘fuochisti’ che si sincronizzano, anzi diverse squadre lo fanno in alternanza cosicché appaiono nel corpo di quella conurbazione incoerente dei veri e propri movimenti, come di un grande animale, un dragone che avanza divincolandosi. A mezzanotte, quando l’intensità cresce, si stabilisce un vero e proprio ritmo, una sorta di respiro un po’ affannoso che il grande animale segnala con l’accensione intermittente di lunghe catene luminose lungo le creste della sua corazza. E mentre in terra si delinea questo fantastico disegno in cielo sale una nebbia azzurrina e disegna specularmente alla conurbazione una nuvola che si espande minacciosa su di essa rendendola via via sempre più confusa con lo sfondo nero della notte.
Fu allora che ebbi la visione precisa di come sia il pensiero e lo sguardo dell’osservatore a dare una forma a fenomeni che di per sé non l’hanno e come sia la parola che ne riferisce a conferire un senso a ciò che non lo ha.

Una mattinata di ordinaria paura
Il 16 settembre 2010 avevo appuntamento con una squadra di 14 volontari che dovevano incontrare 206 giovani che mettevano piede per la prima volta nell’Istituto Professionale Sannino-Petriccione. Alcuni di questi erano veterani, altri incontrati e preparati nei giorni precedenti, altri appena collaudati il giorno precedente, altri ancora arrivati solo ora attraverso le catene ‘fiduciarie’ che ancora esistono. Faccio per distribuire le coppie e constato che non ne ho a sufficienza, qualcuno deve restare solo. Allora un bel numero, tranne una giovanissima psicologa, cercano di sottrarsi al restare soli: hanno paura ed è molto bello ed importante che si sia stabilito tra noi un clima per cui nessuno esita a dichiarare nel modo più semplice e più tranquillo la propria paura. La mia paura in realtà è moltiplicata per quattordici e anche per ventotto: temo per come si realizzerà l’impatto , per come reagiranno in caso di ’insuccesso’ altri 14 docenti nei confronti dei quali abbiamo preso questo azzardo. Poi vedo Sabrina, l’aspetto minuto e gentile di una ragazzina di scuola media, infiltrata tra i grandi delle superiori – in realtà una laureata in psicologia - che incoraggia la sua amica che opera quotidianamente al SERT - e quindi non ha certo paura di confrontarsi con realtà difficili - e prendo i suoi incoraggiamenti anche per me. Sia chiaro che non sono un incosciente, in un certo senso sono uno specialista del primo impatto, ho discusso con i docenti della scuola proprio spiegando che nella relazione con i nuovi allievi è importante il primo minuto della prima ora del primo giorno di scuola. Una parola sbagliata, uno sguardo traverso, un tono eccessivo hanno conseguenze tremende. L’imprinting degli animali è direttamente proporzionale alla precarietà della loro vita, un animale da preda deve imparare a riconoscere la madre in pochi minuti perché entro pochi minuti dovrà anche imparare a fuggire. Un uomo impaurito dalla vita, impiega frazioni di secondo classificare gli sconosciuti che incontra in un ambiente sconosciuto come amici o nemici. Dunque siamo preparati, abbiamo detto quali sono le parole da non pronunciare, i gesti da non compiere, le parole da dire, le posture da assumere. Il fatto che i giovani volontari abbiano studiato psicologia o abbiano una esperienza da educatori ci aiuta molto, capiscono a volo quanto siano importanti queste cose, quanti significati si leggono dietro gesti elementari. E nonostante tutto, nonostante ripetute esperienze positive, c’è la paura del primo impatto e la paura della paura: sentire che possiamo aver sopravvalutato noi stessi, che questa volta non ce la faremo. Dunque il primo istante è critico anche per noi. Ma viene stemperato dal fatto che incontriamo i nostri ragazzi nella grande aula del teatro, che il gruppetto che si forma intorno alla coppia di giovani operatori sembra proteggerli e proteggersi nella vastità anonima di un anfiteatro da 500 posti. Il tragitto dal teatro alla classe cementerà attraverso il cammino comune negli ampli e deserti corridoi questa prima conoscenza. Dunque il primo passo è stato fatto senza danno; come spesso accade il primo passo è silenzioso da entrambe le parti ed è un bene perché le parole sono fonte di equivoci.
Dall’altro lato, tra i ragazzi, si leggevano sguardi altrettanto spaventati. Il nostro compito era di riuscire a dare un nome a quella paura, a leggere un disegno in quel quadro incoerente, aiutare i giovani a trovare un senso in quella loro presenza, insieme, in quella squallida aula.
Dunque un primo gruppo di allievi se ne sta seduto nei banchi, immobili, abbarbicati fisicamente al banco come se costituisse uno scudo, sembrano i più disciplinati, in realtà sono i più impauriti, aspettano con terrore l’evolversi degli eventi. Quelli che hanno un banco individuale lo inclinano lievemente verso di sé ed accentuano questa idea di fortificazione. I giovani di questo tipo, nei casi che ho osservato direttamente, sono nelle ultime file; poi c’è una fila più mobile, che si appoggia al banco come gli atleti ai blocchi di partenza, stanno leggermente inclinati e di sbieco pronti a scattare, aspettano l’occasione per partecipare a qualche ‘fuoco d’artificio’; infine c’è la prima linea, che nel banco non ci sta , che lancia continui attacchi a chi è in posizione di autorità, ma in realtà anche al gruppo: non appena il gruppo sembra disegnare qualcosa, costruire un discorso, loro rompono, agiscono la condizione fisica della instabilità, della necessità di fuga.
Ben presto questi attacchi cominciano ad indirizzarsi in una unica direzione: uscire dalla classe. Questa convergenza viene creata dalle nostre stesse reazioni: alla prima volta che proviamo a dire che non è possibile uscire, che non è giusto uscire quando si sta sviluppando una conversazione, comincia il fuoco di fila, ossia tutta la fila spara nella stessa direzione; a questo punto è raggiunto il primo involontario obiettivo di coalizzare il piccolo gruppo. Comincia così un andirivieni verso la porta: uscite e rapidi rientri, incontri tra gruppi di fuoriusciti delle altre classi; molti si conoscono, molti altri si riconoscono: lo stare fuori in quel modo è il segno distintivo di uno stesso disagio, di uno stesso modo di non affrontarlo; incomincia a delinearsi la sagoma del dragone che ben presto percorrerà i corridoi della scuola.
Questa banda si aggira nel vasto e squallido corridoio alla ricerca di qualcosa, si muove come una muta di lupi, in testa quelli più audaci ed aggressivi dietro a grappolo quelli via via più timidi, l’estensione orizzontale della fila compensa la scarsa audacia; ultimi, in ordine sparso, quelli che non riescono ad intrupparsi, che non hanno neppure la capacità di riconoscersi nell'orda, che aspettano la mischia per esprimersi in modo anarchico.
Il gruppo si aggira senza meta nel corridoio finché individua un filo elettrico penzolante. Questo diventa l’occasione per una prova di ardimento: alcuni lo scavalcano, altri ci passano sotto, è una sfida da raccogliere. Il gioco finisce quando uno dei capi naturali dice: e in questa scuola insegnano gli impianti elettrici? ( in realtà si tratta di uncavo telefonico probabilmente inattivo, e loro lo hanno capito bene, ma conveniva che esso fosse rappresentato come un pericoloso cavo carico di elettricità; chi scrive, tra la costernazione degli astanti che vedevano venir meno un elemento scenico importante, lo ha 'rimesso a posto' ancorandolo ad un grosso chiodo piantato nel muro in tempi remoti per quello scopo, ma che con l'usura del tempo si era messo a testa in giù liberando il cavo dal suo ancoraggio) Ora la banda è diventata un “movimento politico”, ha individuato il motivo ideologico che la può rappresentare: la scuola non funziona come dovrebbe. Un altro ragazzo più costruttivo, manipolando con disprezzo una maniglia rotta, spingendo col piede un termosifone traballante, scuotendo una porta squinternata dice: ma poi le cose rotte le aggiustano i ragazzi?
Un insegnante della terza ora trova la classe completamente vuota, tenta invano di farli rientrare in classe, poi scende a chiamare il preside. Si sentono i primi commenti aggressivi e parolacce mormorate al suo indirizzo. Il preside arriva dopo poco facendosi precedere da una ingiunzione fatta con voce squillante: tutti in classe. Nello spazio di tempo che c’è tra il sentire la sua voce e il salire i tre gradini che consentono alla sua testa di emergere dalla tromba delle scale, la banda è dispersa e tutti sono ritornati nei banchi e siedono in silenzio. Il preside scompare in una delle classi e quelli che si sono seduti si guadano smarriti intorno, orfani di un incontro ravvicinato con la massima autorità.

Nello spazio di poche ore ha preso corpo un disegno: c’è un corridoio grande come una piazza d’armi, dei bagni fatiscenti e maleodoranti che sono terra di nessuno dove si incontrano i fuggitivi, gli uomini in fuga, che si riconoscono attraverso i segnali che sono quelli delle adunate allo stadio, delle risse, delle scorribande nel quartiere e ci sono quelli che stanno nel banco e che intavolano qualche interazione con i docenti. Lo spazio del corridoio è lo spazio delle emozioni agite, del dragone mostruoso che dando senso a incoerenti movimenti divora il tempo delle persone, lo spazio della classe ha un disegno semplice e precostituito che non è in grado di contenere il prorompere di tutto questo e che sarà ben presto sopraffatto o ridotto a residuo infelice di un grande gruppo che poteva essere vitale.

Chi ha paura di chi
Quelli seduti nei banchi hanno paura dell’aggressività degli altri, sentono oscuramente che ci sono ragazzi abituati ad una vita violenta, che aggrediscono senza motivo apparente, che mettono tutto sul piano dell’aggressività; hanno anche paura dell‘aggressività istituzionale ossia della possibilità che l’istituzione li punisca e li privi di qualcosa di importante. Alcuni di questi ragazzi potrebbero smettere di venire a scuola proprio perché per loro è troppo penoso reggere questa situazione, la loro mente è troppo occupata in attività di difesa per potersi impegnare nell’apprendimento.
Quelli della linea di attacco sono convinti che in quel posto loro non potranno mai riuscire, che nel gioco della scuola usciranno sempre sconfitti, la loro attività è quindi duplice: stare rigorosamente fuori di quel gioco, non accettare alcuna offerta di collaborazione, attaccare sistematicamente i custodi e i garanti di quel gioco e possibilmente far crollare l’intera organizzazione. Nel momento in cui si dimostri la fragilità è l’incapacità dell’istituzione, viene meno lo scenario che li vedrebbe sconfitti. Al tempo stesso restano delusi dall’assenza di un valido interlocutore a cui opporsi. Molto volentieri quindi giocano a guardie e ladri, ossia recitano il copione della distruzione per poi recitare quello della ricostruzione: questi ragazzi hanno un bisogno ossessivo dell’autorità, che questa ci sia, che si faccia sentire cosicchè loro possano recitare l'unica parte che conoscono: quella del demolitore. Una situazione riflessiva, un cerchio in cui scambiare parole alla pari è per loro fortemente angosciante, li mette dentro un gioco che non conoscono e dagli esiti per loro imprevedibili e minacciosi.
E di cosa abbiamo paura noi? Di molte cose assieme, quella più elementare, quella che accomuna forse tutti coloro che devono stabilire relazioni con gruppi umani in situazioni potenzialmente conflittuali è l’esplosione della violenza. Per violenza non intendo necessariamente menare le mani, ma intendo la distruzione sistematica di ogni ipotesi di discorso, l’esplosione incontrollata di pulsioni elementari e soprattutto il loro effetto contagioso nella massa. Ognuno di noi sente in modo più o meno oscuro, che l’esplosione della violenza ci lascia inermi, impossibilitati ad agire se non agendo noi stessi la violenza ed è questo soprattutto che temiamo: la destrutturazione del nostro io in una situazione caotica. Noi non abbiamo paura di poter subire una qualche offesa fisica, una qualche offesa morale, ma abbiamo soprattutto paura della nostra reazione, della possibilità di perdere il contegno, cioè di perdere il controllo di una identità faticosamente costruita.
La seconda paura che amplifica questa è specifica di chi sta tentando una operazione nuova e al limite: perdere il controllo di sé dì significa anche perdere ogni credibilità rispetto alla propria professionalità e compromettere il gruppo professionale di cui si è parte. Dunque la paura di chi tenta azioni audaci è più forte degli altri.
La terza paura riguarda il proprio sapere disciplinare, ossia il fatto che nel dilagare della violenza non ci sia alcuno spazio, per la trasmissione del proprio specifico sapere, e quindi di perdere la propria ragion d'essere nel contesto scolastico.
Dunque intorno a questo incontro si addensano nubi minacciose ed è molto difficile riuscire a vincere queste paure e a sviluppare una attività positiva.

Risolvere un problema essendo parte del problema
La prima regola di fonte a un problema complesso ed intricato e nel quale i solutori fanno parte del problema è scomporre il problema, affondarlo a piccole dosi nello spazio e nel tempo. Gli operatori possono essere preparati ed addestrati in anticipo, possono sperimentare in situazioni diverse e a fianco di veterani le soluzioni ed i modi di agire. La preparazione deve essere di tipo teorico, cioè avere una descrizione sufficientemente accurata del fenomeno che si sta affrontando, avere una interpretazione plausibile. Senza un quadro teorico gli operatori sono preda di stereotipi sociali, di concetti presi dal linguaggio comune che li rendono indifesi rispetto a evoluzioni complesse dei fenomeni. La preparazione deve essere anche di tipo addestrativo, ossia essere finalizzata ad avere la destrezza e la prontezza di risposte immediate e non riflesse di fronte agli imprevisti. La destrezza si raggiunge solo facendo ripetuta esperienza di situazioni simili e imparando a dare in modo automatico risposte sufficientemente appropriate. Per addestrarsi serve necessariamente operare per un certo tempo a fianco di una persona esperta, sicura di sé, sicura di saper fronteggiare gli imprevisti.
Il secondo punto di forza è operare in gruppo: il gruppo conferisce forza all’individuo, un gruppo può offrire risposte differenziate può facilitare a ciascun membro il compito di riflettere, di pensare rapidamente ad una soluzione senza essere troppo pressato, consente una alternanza tra momenti caldi e freddi. Molti pensano al gruppo solo come alla moltiplicazione delle forze, si tratta invece di una integrazione, della possibilità di differenziarsi nell’azione comune e non la frammentazione dell’azione in tanti piccoli fronti.
Una volta coinvolti nell’azione è necessario agire avendo sempre presente che il nero non è mai così nero come sembra, che esistono sempre zone che ad una osservazione più attenta appaiono più chiare. Un adolescente che ti aggredisce dicendo che l’unica frazione che conosce è contenuta nella frase “ci hai scassato tre quarti di c.” sta anche segnalando che lui qualcosa delle frazioni sa, e che però vuole mantenersi in un suo linguaggio. Riuscire a cogliere a volo questi piccoli segnali di apertura è il difficile lavoro di aprire dei canali di dialogo. Per poter cogliere questi segnali è assolutamente indispensabile sapersi mettere dal punto di vista dell’altro, capire come l’altro, dal suo punto di vista, legge la situazione. Questo è possibile solo attraverso una capacità empatica, ossia riconoscendo che ciò che vivono i nostri interlocutori lo abbiamo vissuto e lo viviamo in forme diverse anche noi.
Un docente ed un educatore che si senta “diverso all’origine” dai nostri adolescenti aggressivi non potrà mai dialogare con loro. ‘Diverso all’origine’ significa ritenersi quasi di un’altra specie, dire a se stessi – e talora urlare pubblicamente – “io non sono come loro”, mette una distanza che nessuna buona maniera e nessuna accoglienza potrà colmare. Pensare che “alla fine” siamo diversi significa essere consapevoli del fatto che c’è un cammino difficile da percorrere e che il fatto di averlo in parte compiuto non ci autorizza a sentirci irrimediabilmente superiori. Questo tipo di umiltà non ci si può limitare a dichiararla come intercalare di un discorso politicamente corretto, ma occorre averla vissuta attraverso la sofferenza dell’insuccesso, attraverso il travaglio del desiderio di fuga e di resa, solo se abbiamo esplorato - e continuiamo ad esplorare - le nostre parti deboli e paurose, le nostre parti aggressive, invidiose, gelose, possiamo capire - cioè leggere e considerare - le paure, le gelosie, le aggressioni degli altri. Deriva da questo la necessità di disporre in un progetto educativo della possibilità di riflettere in gruppo sulle proprie emozioni sotto la guida di professionisti che abbiano fatto dell’esplorazione della psiche la propria competenza.
Ed è anche necessario salire su un monte durante una notte buia per vedere da lontano come si muove il drago che vive imprigionato nell’informe intrico delle relazioni che si realizzano in una comunità educativa. Fuor di metafora è necessario per ciascuno dare un senso alle proprie azioni e ai propri movimenti che sono assorbiti ed asserviti all’incoerente movimento di giovani adolescenti disagiati. Una guida riflessiva per il gruppo serve a dare un senso, a costruire una storia, ad avere memoria e coscienza delle proprie azioni. Senza di questo un gruppo di lavoro è condannato a ripetere infinite volte gli stessi errori. Così come cresce l’individuo così deve crescere il gruppo attraverso una propria storia evolutiva e attraverso una propria memoria una propria identità.

Questa regola riguarda tutte le organizzazioni complesse. Una organizzazione complessa non può essere ricostruita solo sulla base di protocolli, regole, competenze. Per ereditare un patrimonio professionale è necessaria una lunga comune frequentazione. E’ possibile costruire una organizzazione con caratteristiche esteriori simili, ma è necessario cominciare una nuova storia, costruire una nuova memoria, e tuttavia possiamo assumere una lezione dalle esperienze precedenti, facendo in modo che la necessità di tutelate la storia e l’identità di un gruppo non costituisca un credo identitario dei suoi membri ma una necessità professionale riconosciuta dai committenti istituzionali di un progetto.

Smentire il futuro
In questo momento in oltre cento istituti professionali e tecnici della provincia di Napoli cominciano o ricominciano il loro primo anno di scuola superiore in 7-800 classi circa 20-24.000 giovani. Di questi 7-8000 sono destinati a non passare al secondo anno; molti di loro smetteranno di frequentare entro il mese di dicembre. Moltissimi passeranno le loro ore uscendo sistematicamente dall’aula, creando situazioni di disturbo, urlando nei corridoi, fumando nei bagni, aggredendo verbalmente, talora fisicamente, i docenti. Il loro movimento incoerente visto da lontano disegna un gigantesco mostro che divora intelligenza e vitalità. Intorno a loro migliaia di insegnanti soffrono senza poter intervenire in modo efficace, centinaia di dirigenti scolastici si barcamenano senza poter adottare strategie utili.
Io penso che bisogna dare una risposta al problema nella sua interezza, costruirla con pazienza insieme, sapendo che si tratta di un problema difficile di cui nessuno ha la soluzione e su cui tutti possiamo intervenire se abbiamo pazienza e se ci dedichiamo facendo i piccoli passi necessari. Si può cominciare da un punto qualsiasi, si può cominciare lavorando su dieci classi invece che su 800 ma bisogna avere una strategia per 800 classi, al di fuori di questo fare dei progetti ancora sperimentali, esemplari, di bandiera significa solo imbrogliare se stessi.
La mia foto
Napoli, NA, Italy
Maestro elementare, da undici anni coordina il Progetto Chance per il recupero della dispersione scolastica; è Presidente della ONLUS Maestri di Strada ed in questa veste ha promosso e realizzato numerosi progetti educativi rivolti a giovani emarginati.